Francesco Cannito – VIVAMAZONIA

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intervista a Francesco Cannito, regista del documentario VIVAMAZONIA (I, 2010)

Terra, martedì 23 novembre 2010, pg.9

La tutela di una comunità passa per l’istruzione.
Presentato al Clorofilla Film Festival, il documentario ‘Vivamazonia’ di Francesco Cannito racconta di una piccola scuola del Rio Jauperi, nella foresta amazzonica.

– Da chi è gestita?
«Da due volontari: Paul, scozzese, e Bianca, italiana. Al di là della loro scelta di abbandonare il mondo occidentale, quello che mi ha colpito – e per cui ho deciso di realizzare il film – è la battaglia che conducono per far prendere coscienza dei propri diritti alle popolazioni del fiume. Mi ha stupito vedere come l’insegnamento, attraverso i bambini, sia passato anche agli adulti, creando consapevolezza, per cui il tema trattato dal mio lavoro è l’educazione in senso lato».

– Rispetto a quali problemi?
«Il governo Lula, e lo sviluppo del Brasile in questi anni, si è giocato molto sull’Amazzonia, enorme giacimento – di materie prime, legname e pesce – venduto pezzo pezzo. Le istituzioni si disinteressano di queste aree, oppure cercano di sfruttarle, è un Far West dove non esistono leggi, e, quando ci sono, nessuno le fa rispettare».

– Che situazione vivono gli abitanti?
«Mentre dopo anni di battaglie gli indios sono riusciti a chiudersi nelle loro riserve, e hanno una lingua, una tradizione che li sostiene, i riberinhos, i caboclos che frequentano la scuola – incrocio tra indios e popolazioni deportate dal Nord-Est nei primi del ‘900 per coltivare caucciù – non hanno retroterra culturale, e quindi neanche il concetto di comunità: quelle poche esistenti sono artificiali, create dal governo, perché prima queste persone vivevano disperse nella foresta alla maniera dei vecchi “seringuerios”. Non hanno ospedali, scuole e i villaggi sono a due-tre giorni di barca l’uno dall’altro».

– E tentativi di fare comunità?
«Anni fa è stata fondata un’associazione di artigiani, nata per fornire un complemento di reddito, che rappresenta anche la base per rivendicazioni, come il divieto di pesca commerciale e la costituzione di una riserva indigena».

– Come è strutturata la scuola?
«Ci sono due classi, divise per livello di istruzione, a prescindere dall’età. Una alfabetizza con testi inventati dai bambini stessi, perché i libri forniti dal provveditorato agli studi erano abbastanza inutili, in quanto pensati per alunni di città, quando ad esempio molti di questi bambini amazzonici non sanno neanche cos’è un’automobile. Paul e Bianca, allora, hanno fatto raccontare loro delle storie, che poi sono diventate volumi. Nella seconda classe, invece, si studia matematica, geografia, storia, sempre con un occhio a temi e problemi che coinvolgono direttamente la comunità».

Federico Raponi

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