Alessandro Di Robilant – MARPICCOLO

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intervista ad Alessandro Di Robilant, regista del film MARPICCOLO (I, 2009)

Terra, venerdì 06 novembre 2009, pg.9

Esce al cinema Marpiccolo’, storia di criminalità e degrado ambientata all’ombra delle ciminiere tossiche di Taranto.
Il regista Alessandro Di Robilant ci racconta mali e speranze del nostro Meridione.
Sviluppo nocivo e criminalità organizzata.
Il Sud di ‘Marpiccolo’, in uscita oggi nelle sale, è preso in questa tenaglia.
Sotto la cappa tossica dell’Ilva di Taranto, responsabile (come sostiene il film) di un decimo dell’inquinamento europeo e di un’alta incidenza tumorale, la storia di due rabbiose reazioni su entrambi i fronti.
Da una parte una madre che, insieme ad altre, si autorganizza per sabotare la costruzione di un’antenna per telefonia mobile vicino a una scuola.
Dall’altra un figlio che, privo di prospettive, vuole andar via, ma non prima di aver sfidato il boss locale.

A ispirare il regista Alessandro Di Robilant, conosciuto soprattutto grazie a ‘il giudice ragazzino’ (film sul magistrato Rosario Livatino, assassinato dalla mafia), è l’amore per il Meridione.
«Il Sud – ci spiega – produce un grande potenziale non utilizzato, e poi io sono sempre più predisposto a raccontare quella difficoltà della vita che lì purtroppo è facile trovare».
Per farlo, Di Robilant si è focalizzato su Taranto, città poco frequentata cinematograficamente e ricoperta di una polvere rossa da inquinamento.

«Paradosso è – ricorda – che i suoi bellissimi tramonti sono dovuti anche alle sostanze che escono dalle fabbriche. Sembra una cosa poetica, ma in realtà è mortifera. Entrando, senti subito in gola l’acredine dei rifiuti tossici delle ciminiere ».
Una città, dunque, i cui problemi risultano evidenti, ma non vengono messi all’ordine del giorno.
Molti vorrebbero cambiare la situazione, però, a mancare, sono le premesse.
«Ci vuole – continua il cineasta – una volontà congiunta da parte di chi governa un posto e chi, a Roma, deve assumersi la responsabilità di dare una mano. Ciò che vedo, invece, è una divisione drammatica tra chi governa e chi subisce e una sorta di tacito disinteresse o silenzio sulla vicenda dell’Ilva. Ho l’impressione che non venga minimamente affrontata. Mi auguro che prima o poi in sede europea qualcuno alzi il dito per dire che quella situazione deve cambiare, perché produce morti. Il tremendo paradosso è che, detto questo, si tratta dell’unica fonte di guadagno che la città ha. Un ricatto da cui è difficile venir fuori: mi dai da lavorare, però poi la mia pensione la devo spendere all’ospedale».

Di contro, rispetto alle persone che si è trovato di fronte, Di Robilant parla – anche come segnale di ottimismo trasposto in ‘Marpiccolo’ – di un’umanità reattiva, partecipe, solidale.
E composta soprattutto da donne.
«Sono rimasto molto colpito – conclude – dalla forza del popolo femminile del Paolo VI, quartiere in cui è ambientata la storia. Sono donne unite, piene di vita, di voglia di combattere malgrado un’esistenza piena di problemi e di continui attentati alla dignità. Di opportunità di lavoro ce ne sono poche, migliorare la qualità della vita è difficile, ma malgrado ciò ho visto gente combattere quotidianamente in maniera encomiabile. è stata una bella lezione, e il messaggio che ho voluto dare è che cultura significa non farsi raccontar bugie, e diventar coscienti significa anche potersi sforzare per migliorare le cose».

Federico Raponi

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