Federico Raponi – QUANDO IL FUMO SI DIRADA

a mio padre
 
QUANDO IL FUMO SI DIRADA
 
momenti di una vita tra politica, arte e cultura partigiane
 
Più di trent’anni, tutti d’un fiato.
Dalla Pantera ai centri sociali.
Dal Chiapas al Kurdistan.
Dal processo Priebke al Teatro Valle Occupato.
Soprattutto, Radio Onda Rossa
e la passione per Cinema e Teatro.
 
foto di copertina Tano D’Amico
introduzione Vincenzo Miliucci
contributi scritti Tano D’Amico e Ottavia Monicelli
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versione cartacea:
Editore: AG Tofani
(giugno 2020 / prima ristampa dicembre 2020/seconda ristampa aprile 2021)
Genere: biografia
Prezzo: 9,00 €
Copertina flessibile
Pagine: 222
Peso: 186 gr
Dimensioni: 11.5 x 1.5 x 19 cm
ISBN-13: 978-8886681629
distribuzione:
Libreria Raponi – circonvallazione Gianicolense, 296/a (Roma)
(per spedizioni: libreriaraponi@yahoo.it)
Libreria Odradek – via dei Banchi Vecchi, 57 (Roma)
Libreria Fahrenheit 451 – piazza Campo de’ Fiori, 44 (Roma)
Libreria Anomalia – centro di documentazione anarchica – via dei Campani, 73 (Roma)
Libreria Caffè Lo Yeti – via Perugia, 4 (Roma)
Libreria/Teatro Fortezza Est – via Francesco Laparelli, 62 (Roma)
Biblioteca Anarchica L’Idea – via Braccio da Montone, 71-71a (Roma)
APS Canapè – via Paola Falconieri, 6 (Roma)
Club House All Reds @ LOA Acrobax – via della Vasca Navale, 6 (Roma)
Quanto Basta Libreria – piazza Pacciardi, 1 (Grosseto)
Libreria Cumbre – piazza IV Novembre, 10 (Mandello del Lario – LC)
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versione digitale:
Editore: StreetLib (dicembre 2020)
Formato: EPUB con DRM
Prezzo: 3,00 €
Compatibilità: tutti i dispositivi (eccetto Kindle)
Dimensioni: 1,54 MB
EAN: 9788835865001
per aprire un “e-book” con protezione DRM:
https://help.streetlib.com/hc/it/articles/211787545
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l’attrice e doppiatrice Cinzia Villari e l’autrice/attrice Tamara Bartolini (accompagnata da Michele Baronio alla chitarra) interpretano estratti:
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calendario presentazioni:
● mercoledì 23 giugno 2021
Casetta Rossa – via Giovanni Battista Magnaghi, 14 (Roma)
● mercoledì 30 giugno 2021
SCUP – Via della Stazione Tuscolana, 84 (Roma)
● giovedì 08 luglio 2021
Casale Garibaldi – via Balzani, 87 (Roma)
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info e audio delle presentazioni:
22 ● ex Scuola Baccelli, venerdì 18 giugno 2021
con Elio Germano, Vincenzo Miliucci, Bruno dell’ex Scuola Baccelli
21 ● Radio Spazio Scenico, venerdì 18 giugno 2021
incontro con Massimiliano Milesi e Antonella Antoneli
20 ● 4° Festival della Letteratura di Mandello del Lario – LC, mercoledì 09 giugno 2021
con Edoardo Magni

19 ● LOA Acrobax, via della Vasca Navale, 6 – Roma, sabato 05 giugno 2021con LOA Acrobax e Storie in Movimento-Zapruder
https://www.facebook.com/events/861397704451359
18 ● Scomodo / La Redazione – Roma, mercoledì 26 maggio 2021con Martina Fara (Scomodo) e Andrea Alzetta (Spin Time Labs)
https://archive.org/details/scomodo.-20210526 (52′)

17 ● Radio Onda D’Urto (BS) Spazio Dissonanze: Celluloide (si parla di cinema) – parte I, martedì 25 maggio 2021
con Camillo Scaglia
16 ● via dei Volsci 56, per il compleanno di Radio Onda Rossa, lunedì 24 maggio 2021
con Militant A (e il disco antologico Assalti Frontali 1990>2020), interventi e letture musicate con Tamara Bartolini, Michele Baronio, Silvia Gallerano
15 ● Teatro Villa Pamphilj – Roma, domenica 25 aprile 2021
con Massimiliano Frascà (TVP) e Giulia Pezzella (APS Canapè)
14 ● R&D Vibes #23 (RadioSonar.net), in “streaming” sabato 17 aprile 2021
con D/Generator, Faùgno the Roots Guardian e Mr.Green
https://archive.org/details/2021.04.17.-red.-vibes.-23 (30′)
13 ● Ogni Maledetto Indipendente – la finestra sul cinema Indie #24 (Arte del Cinema – Back to the Movies), in “streaming” domenica 14 marzo 2021
con Massimo Righetti
https://archive.org/details/ogni.maledetto.indipendente.2021.03.14 (3′)
https://www.spreaker.com/episode/43894567 (11′)
12 ● Libreria Odradek, giovedì 21 gennaio 2021
con Alessandro Fioroni:
11 ● Autori a Corte, in “streaming”, venerdì 18 dicembre 2020
con Federico Felloni e Gianantonio Martinoni
(video, dal minuto 45)
10 ● Logos – festa della parola @ Museo delle Energie – Roma, domenica 06 dicembre 2020
con Tano D’Amico, Massimo Eternauta, Vincenzo Miliucci
09 ● CSOA Forte Prenestino – Roma, venerdì 23 ottobre 2020
con il Duka, Gianni De Domenico, Vincenzo Miliucci
08 ● Museo di storia naturale della Maremma – Grosseto, domenica 18 ottobre 2020
con Salvatore Allocca, autore del libro ‘Tutti suoneranno il gong’
07 ● Il Cosmonauta – Viterbo, venerdì 09 ottobre 2020
con lo storico dell’arte Antonio Rocca
06 ● UniCA Radio – cult fiction, giovedì 01 ottobre 2020
05 ● Villetta Social Lab, mercoledì 30 settembre 2020
con Gianluca Peciola, Vincenzo Miliucci, Andrea Catarci, Tamara Bartolini e Michele Baronio
04 ● Tabula Rasa – Radio Onda Rossa, giovedì 24 settembre 2020
03 ● Arena Alphaville Cineclub, domenica 30 agosto 2020
con Patrizia Salvatori dell’Alphaville
02 ● Festambiente – ENAOLI Rispescia (GR), sabato 22 agosto 2020
con Simone Ferretti del Festival Resistente
01 ● Festival a Veglia – Teatro del baratto, Poderi di Montemerano (GR), martedì 18 agosto 2020
con l’ideatrice / direttrice Elena Guerrini
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recensioni / interviste:
Marco Palladini – L’Age d’Or (2021.04.01)
Ho conosciuto Federico Raponi diversi anni fa nella sua veste di giornalista radiofonico della emittente romana Radio Onda Rossa (ROR), nata nel 1977 come espressione dei collettivi dell’Autonomia Operaia, l’area dell’estrema sinistra che più e meglio seppe dare voce e rappresentazione della nuova soggettività militante rivoluzionaria del movimento del Settantasette, esplosivo crogiuolo oscillante tra il neodadaismo allegramente eversivo degli Indiani Metropolitani e le spinte sempre più radicali delle formazioni della lotta armata diffusa. Dopo oltre quattro decadi Onda Rossa continua ad esistere ed è tuttora il punto di riferimento nella capitale di un’area antagonista e di lotte sociali che non si sottomettono alle compatibilità del sistema e che guardano ai bisogni dei soggetti della nuova immigrazione.
 
Federico nella radio cura due trasmissioni, una di teatro e una di cinema, che seguono con sagacia e attenzione critica le cronache dello spettacolo. Ma anche lui ha alle spalle un lungo percorso di militanza politica, soprattutto in diversi centri sociali capitolini, e adesso, superata la boa dei 50 anni, ha deciso di raccontarlo in un libro-memoir Quando il fumo si dirada (Arti Grafiche Tofani, 2020, pp. 213, € 9,00), prefato da Vincenzo Miliucci, uno dei capi storici dell’Autonomia romana, ed elaborato non da portavoce, ma da testimone di una generazione post-riflusso anni ’80, còlta in un vivace slancio e rilancio di impegno ed azione fuori e contro il quadro istituzionale.
 
Il libro di Raponi si legge con piacere e sveltamente grazie ad una scrittura pimpante, asciutta e corsiva che non si sbrodola mai addosso, scevra di pose retoriche, e che volge la storia di sé in terza persona usando il nome di Fedingo, che è poi l’appellativo con cui Federico è sempre stato conosciuto dai compagni del movimento. L’arco del suo impegno politico si distende dalla fine degli anni ’80 in sincronia con l’apparizione del movimento sudentesco della Pantera ed arriva sino agli inizi del nuovo secolo-millennio, più o meno in coincidenza con il centro sociale chiamato “terza Pirateria”. In mezzo c’è tanto: in primis la fondazione di Askatasuna, uno degli CSOA più interessanti e combattivi a Roma, alla fine del quale dopo lo sgombero Fedingo viene arrestato e finisce a Rebibbia. Il carcere come evento quasi fisiologico se ci si muove al di fuori dei limiti della legge borghese, ma anche come esperienza preziosa di conoscenza di un mondo altro. Poi di nuovo fuori, si riparte e mercè l’incontro con il collettivo Area Libre, nasce una nuova occupazione ribattezzata Pirateria che avrà appunto tre stagioni di vita. Sono anni di esistenza molto intensa, attraversata di corsa, come la scrittura di Raponi, che dà conto di mille iniziative, di tante conflittualità, scontri in piazza, episodi di antifascismo militante e che trovano un altro momento clou nella mobilitazione per il processo a Erich Priebke, uno dei boia del massacro delle Fosse Ardeatine (marzo 1944). Nel cammino di Fedingo c’è anche l’incontro con alcuni anziani partigiani, che consente di annodare un filo rosso di storie diverse, ma comuni e solidali nel sapere orientare, a livello intergenerazionale, prese di posizione e prassi di lotta lontane dall’abituale conformismo della società italiana. Nel racconto di Raponi mi pare che si confermino i valori alternativi della sinistra radicale, ma ci sia poca ideologia rispetto a quella massimamente (e massimalisticamente) vigente negli anni ’70, quelli in cui si è consumata la mia barricadiera esperienza politica. Però ci sono le spedizioni di solidarietà internazionalista come quella in Chiapas per un incontro organizzato dall’Esercito Zapatista; o il viaggio in Turchia per sostenere la lotta di resistenza del popolo curdo, che però fallisce per il duro intervento della polizia di Ankara.
 
Diviso tra il quotidiano impegno nella libreria di famiglia a Monteverde e le bisettimanali trasmissioni a ROR, Fedingo oggi, anche se sganciato dalla militanza diretta, non ha obliterato lo sguardo verso il movimento (vedi la vicenda del Teatro Valle Occupato), ma soprattutto non ha mai rinnegato il senso profondo di un percorso, laddove la visione di un altro mondo possibile al presente si materia nell’aprire i microfoni ai “visionari” dello spettacolo sia teatrale che cinematografico. Un impegno culturale tanto più necessario in un momento come questo, di lockdown pandemico, in cui il governo ha chiuso in modo punitivo tutti i luoghi dove si fa cultura. Il fumo delle lotte si è diradato, ma sulla bella copertina del libro (foto di Tano D’Amico), ancora sventola la bandiera rossa. Vessillo duraturo per chi ancora si sente un eteropensante rispetto all’ordine di Das Kapital.
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Paola Belluscio – Art a Part of Culture (2021.03.10)
Quando il fumo si dirada, edito da A.G.Tofani nella versione cartacea e da StreetLib in quella digitale (216 pagine la prima e 124 la seconda, divise in 13 capitoli), è preceduto dall’introduzione di Vincenzo Miliucci, figura emblematica dell’estrema sinistra e tra i fondatori dell’Autonomia Operaia di Via dei Volsci e della Confederazione Cobas ed è il racconto della rivolta di una generazione di giovani, quella degli anni Ottanta e Novanta, al centro di un dibattito appassionato e necessario.
“Se per la propria vita non si immagina un progetto, un obiettivo… Sono le scelte – prese o mancate – a tracciarne il percorso!”
Ed è proprio dalle scelte che ha inizio questo viaggio, lungo quasi 40 anni, che ha come guida il giornalista Federico Raponi o ‘Fedingo’ – così ribattezzato dai tempi di Askatasuna, il centro sociale occupato autogestito in via della Nocetta, nel suo quartiere, Monteverde – che narra, in terza persona, il suo percorso dagli anni ’80 a oggi, fatto di battaglie, politica, impegno civile, passione per il cinema e il teatro, oltre che l’amore verso la radio a cui approda, grazie a Radio Onda Rossa, autogestita, antagonista e indipendente, esordendo con il programma Voci della Resistenza.
Abbiamo incontrato Federico Raponi nella sua accogliente libreri di famiglia a Monteverde, punto di riferimento storico del quartiere, per approfondire qualche tema della sua opera.
 
– Federico, la tua è un’opera autobiografica ed è la testimonianza di un’esistenza trascorsa nella militanza politica fuori dalle file istituzionali, un lavoro che sembra assumere valore di fonte storica: è questo l’intento che hai voluto perseguire?
«Sì, l’aver avuto come preziosi referenti i due partigiani romani Franco Bartolini e Orfeo Mucci – oggi scomparsi – per il programma Voci della Resistenza, mi ha fatto capire meglio l’importanza della trasmissione della memoria storica alle generazioni che continuano a lottare per l’uguaglianza dei diritti, e ciò assume ancora più rilevanza quando a raccontare è chi quel percorso lo ha praticato.
Anche perchè alcuni episodi personalmente attraversati, come il processo Priebke o la rivolta zapatista, hanno fatto storia. Per questo mi piacerebbe fare presentazioni del mio libro con i giovani, affinchè il confronto tra la medesima tensione ideale possa tradursi in una specie di passaggio di testimone.
Alla base di questo atto c’è pure il necessario desiderio di capire, lo stesso che ha diretto la mia ricerca di materiali verso quanto mi ha preceduto, dalla Resistenza al movimento rivoluzionario degli anni ’70.
 
– Nel riportare le tante esperienze della militanza antagonista romana, dagli anni delle prime occupazioni, dalla Pantera fino al Teatro Valle, dei sound system, delle manifestazioni e delle lotte, non manca il resoconto degli attacchi dei gruppi fascisti, dei tanti sgomberi e anche degli arresti, esperienza, quest’ultima, a Rebibbia, che sembra segnarti profondamente: che sensazioni hai provato?
«Tante, e tumultuose. Quando si intraprende una lotta che prevede anche atti di illegalità, il carcere è da mettere in conto. Poi, ritrovandotici dentro, sei sbattuto in un altro pianeta.
In quei giorni pensavo soprattutto al rischio che stavo correndo, relativo a qualche anno di detenzione, alle sofferenze che causavo agli affetti intorno, alla mancanza di contatti sia con l’esterno che con gli altri arrestati insieme a me, all’esperienza del centro sociale in cui stavo mettendo il mio impegno quotidiano, e che rischiava di finire pochi mesi dopo essere nato.
Non poter più disporre della propria libertà è una delle esperienze peggiori, e il turbinio di emozioni provoca anche ferite profonde, dagli strascichi lenti e durevoli, che nel mio caso hanno portato all’abbandono dell’università e del volontariato con persone disabili».
 
– Che cosa intendi quando ti descrivi “di formazione libertaria senza Maestri ma per ricerca personale” e quale significato acquisisce questa definizione per la tua generazione – dai militanti antifascisti romani, ai gruppi femministi, antagonisti libertari – di sognatori della nostra città?
«Non ho avuto insegnamenti o esempi, il mio interesse per la politica è nato spontaneo nel vissuto e nel tempo, la curiosità mi ha portato a studiare il pensiero che sentivo più affine alla personale sensibilità e al modo di essere, cioè quello dell’anarchismo sociale.
Chi, come me, cominciava a vivere l’impegno a partire dagli anni ’90, ha avuto una formazione variegata, i modelli se li è dovuti costruire, non c’erano più le tante organizzazioni extraparlamentari del periodo precedente.
I primi centri sociali, nati negli anni ’80, sono stati punti di ripartenza dalle macerie delle sconfitte e dalla dissoluzione del movimento che aveva tentato l’assalto al cielo; dei fondamentali laboratori di autogestione, di socialità creativa, di proposta culturale, di nuovo protagonismo collettivo, che hanno portato ad occupazioni, generi musicali, riviste, arrivando a trattare – come coordinamento – con le istituzioni cittadine in una posizione di forza, e rendendo Roma stessa una sorta di avanguardia a livello europeo».
 
– Interessante la scelta dello stile documentaristico per la narrazione che è asciutta e rigorosa, descrive personaggi ed eventi nella loro essenziale progressione; non c’è mai traccia di retorica letteraria, politica o morale e l’utilizzo della terza persona crea un ponte emozionale tra Fedingo e il lettore che, senza farsi suggestionare, sembra identificarsi nelle esperienze del protagonista.
«Fin da piccolo sono stato poco loquace, e dopo l’adolescenza è iniziata la mia passione per la poesia, che spesso ha capacità di sintesi e simbolismo.
Poi, anche la pratica del giornalismo ha contribuito allo sviluppo di una scrittura secca e mirata. Pensando il libro, la scelta della terza persona, immediata, è stata un doveroso riconoscimento alle migliaia di persone incrociate nel mio tragitto, molte delle quali hanno condiviso le stesse aspirazioni.
Per ripercorrere tutti questi anni, ho sentito la necessità di osservarmi da fuori, in maniera più oggettiva, e ciò crea un parallelo tra chi scrive e chi legge, permettendo di studiare il personaggio attraverso i suoi comportamenti piuttosto che ascoltandone i pensieri. Poichè, del resto, la vita la segnano le azioni».
 
– Tenace sostenitore della funzione catartica “della cultura per cambiare la società”, nel tuo libro racconti della tua professione giornalistica esercitata per un ventennio a Radio Onda Rossa, con un impegno a metà tra il volontaristico e il professionale con il programma Voci della Resistenza per proseguire con tanti altri format ideati e condotti sempre in dialogo con gli ascoltatori e i sostenitori e spaziare con teatro e cinema: com’è cambiato negli anni il tuo rapporto con la radio?
«In una radio autogestita bisogna saper fare un po’ tutto, ed è quello che in progressione ho provato: accoglienza, telefono, riunioni di redazione, turnazioni, rassegne stampa, GR, monologhi e interlocuzioni in diretta, regìa tecnica, conduzione, organizzazione e manovalanza negli eventi di finanziamento come feste, cene, concerti.
Nel tempo si è trattato di un crescendo, fino alla cura completa di tre trasmissioni settimanali. Pìù lavori su qualcosa, più ti prende tempo ed energìe, anche se indietro dà tanto, nel continuo scambio proprio di un progetto collettivo.
E il mio interesse pian piano si è spostato dalla militanza all’arte e alla cultura, riconoscendone sempre più il ruolo fondamentale per la trasformazione di una comunità. Finchè, ad un certo punto, qualcosa in me ha detto di fermarsi. Questione di stanchezza, volevo proprio lasciare, ed è stata una decisione a lungo elaborata.
Convinto però dagli altri a continuare, ho scelto di andare in onda in versione registrata, e addio diretta. Quindi niente più studi e contatti faccia a faccia, solo ospiti in collegamento. È molto diverso, ma va bene anche così».
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Laura Sagliocco (2021.02.11)
Nel suo libro autobiografico, Federico Raponi narra in terza persona le esperienze di vita di “Fedingo”, il nome con cui Federico è stato ribattezzato, una volta per sempre, durante la sua
prima occupazione di uno spazio abbandonato a Villa Pamphilj, per fondare il centro sociale occupato autogestito Askatasuna.
Racconando in modo schietto la verità di sensazioni, eventi e personaggi, nel loro succedersi imprevisto e naturale, e condendola solo di commenti essenziali, Federico ricostruisce il suo percorso di formazione fino ad oggi.
É un libro per fortuna totalmente privo di retorica, che sia letteraria, politica, morale o esistenziale. Una tentazione a cui non è facile resistere quando si compila un resoconto, e quindi un bilancio, dei primi 50 anni della propria vita.
Ancor più difficile è evitare la retorica quando i fatti narrati raccontano dall’interno la storia di un attivismo politico e culturale tanto inesausto e genuino quanto libero e radicale, toccando necessariamente temi importanti e gravi del vivere umano, individuale e collettivo.
Ma il libro in sè non ha alcuna gravezza, nè alcun artificio volto a suggestionare la mente del lettore.
Come accade nella vita reale, e come è accaduto a Fedingo, si entra con semplicità e a volte con incoscienza dentro le esperienze, trascinati dall’istinto o dalla convinzione del momento, mossi dal caso. Nel racconto di Federico, i dati del vivere si intreccianoo si giustappongono; il quotidiano con le sue delicatezze, la comicità e i paradossi, si spalanca di colpo sulla tragedia, sul pericolo, su eventi di portata storica o universale.
Leggendo, si sente e si capisce bene come la vita si crea, e come il più timidoo pallido dei fatti individuali possa rimanere impigliato, volontariamente o involontariamente, in qualcosa di grande. O anche solo di più grande.
É questa la cifra più emozionante del libro, secondo me.
É stata raggiunta con un procedere del discorso asciutto e logicamente rigoroso, che descrive personaggi ed eventi nel loro più scarno essere ed accadere; eppure non c’è mai traccia di freddezza.
Si sente scorrere sul fondo, in modo pieno e continuo, il sentimento emotivo che accompagna la narrazione. Grazie alla tecnica dell racconto in terza persona, questo sentimento diventa un misto tra le emozioni di Fedingo e quelle del lettore, catapultato senza filtri o barriere dentro le esperienze del protagonista fino al punto di sentire di riviverle come proprie. Questa è un’altra delle virtù fondamentali di questa autobiografia.
Il protagonista infatti è saldamente e coerentemente presente, dando un senso unificante a un affresco ricchissimo di situazioni e presenze, ma non invade mai il campo, non cede assolutamente all’egocentrismo, è generosamente discreto.
Alla fine, però, il ritratto di Fedingo è dolcemtne incisivo, tratteggiato in tutte le sue caratteristiche e in tutta la sua consistenza, che emergono corpose dai fatti.
Come lettrice mi sento stimolata, gratificata: mi sono nutrita della sua esperienza che mi è stata offerta in modo nudo e diretto, e in questo modo sto nutrendo anche la mia.
Sensazioni postive dunque, germogli di eventi futuri.
Perchè la storia continua, dopo la fine del libro.
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Carlo Gnetti (bookciakmagazine.it, 2021.02.09):
Il libro di Federico Raponi, ‘Quando il fumo si dirada’, sottotitolo vagamente pasoliniano: ‘Momenti di una vita tra politica, arte e cultura partigiane’, realizzato con StreetLib Write (in copertina una foto di Tano D’Amico), si potrebbe leggere come esame di coscienza di un’intera generazione, condotto attraverso il racconto di vicende individuali e collettive.
Noto nell’ambiente “alternativo” della capitale con il soprannome di “Fedingo”, Federico fa parte a pieno titolo di quella Generazione di rimessa (dal titolo del romanzo biografico di Andrea Catarci, segnalato nell’introduzione di Vincenzo Miliucci) che ha avuto nella “Pantera” l’espressione più significativa.
Parliamo della stagione politica avviata dagli studenti palermitani nel 1989 per contrastare la riforma Ruberti delle Università e che, pur vantando riferimenti nazionali e ispirandosi all’internazionalismo terzomondista, ha avuto poi una caratterizzazione tipicamente romana, legandosi alle esperienze dei centri sociali, alle occupazioni di spazi pubblici (o privati) dismessi, alle prime rivendicazioni gender e alle manifestazioni dell’autonomia romana “fin dentro” l’università La Sapienza.
Per noi che, per ragioni anagrafiche, abbiamo vissuto la stagione del ’68 e quella del ’77 con il loro bagaglio di ideologie, di illusioni e sconfitte, è difficile evitare di guardare con occhio critico l’itinerario umano e politico di Fedingo. Paternalisticamente potremmo dire che era già scritto quasi tutto nelle storie e nelle esperienze dei padri fondatori e dei loro figliastri.
Quando ad esempio leggiamo che “il circuito, in seguito, in parte finisce fagocitato dal mercato, come spesso avviene, in parte degenera nell’abuso di droghe”, non possiamo che rivendicare il triste copyright. Ciononostante ci si può lasciar contagiare dall’epica che trasuda dalle pagine del libro di Fedingo, se non altro perché sono stati anni pieni di stimoli, socialità, musica e buone intenzioni.
Anni in cui si lottava contro la mummificazione dei partiti tradizionali (a cominciare da quelli della sinistra) e contro il riflusso, meglio sarebbe dire la cloroformizzazione della società italiana dominata in quegli anni dall’edonismo reaganiano e dalla Milano da bere.
Guardiamo le date: il 1989 non è forse lo stesso anno della caduta del muro di Berlino? Certo, se confrontiamo quegli anni con le vicende successive e poi con la situazione di oggi, non tutto è andato come avrebbe dovuto. Ma qui intervengono altri fattori, al di là dei limiti intrinseci di quella esperienza.
Il libro racconta anche la professione giornalistica che Fedingo ha esercitato per una ventina d’anni a Radio Onda Rossa. Un impegno tra il volontaristico e il professionale che aveva richiesto un certo livello di competenza tecnica e di continuità, quasi a compensare la gioiosa precarietà dei centri sociali, delle occupazioni e delle manifestazioni di strada.
Tutto ciò contribuisce a definire un passaggio d’epoca che ha fatto da spartiacque e che, in quanto tale, si presterebbe a una trasposizione cinematografica che ne mettesse in luce pregi e difetti in prospettiva storica: in fondo questa è una materia che potrebbe interessare il cinema, o addirittura le serie che guardano a un passato meno consolatorio di quello vissuto in un Collegio o in una Caserma.
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Emanuela Bauco (Limina Teatri, 2020.10.27):
Il libro di Federico Raponi, classe 1968, non è solo un piccolo compendio di memorie, è più di questo. Quando il fumo si dirada. Momenti di una vita tra politica, arte e cultura partigiane, centoventiquattro pagine divise in tredici capitoli, è preceduto da una generosa introduzione a cura di Vincenzo Miliucci, figura emblematica dell’estrema sinistra e tra i fondatori dell’Autonomia Operaia di Via dei Volsci e della Confederazione Cobas.
Dichiaratamente autobiografico, come afferma l’autore stesso nel “saluto al padre” a cui con gratitudine dedica il quaderno, è anche il resoconto lucido di un’esistenza spesa nella militanza politica fuori dalle file istituzionali (quelle della sinistra extraparlamentare); è, inoltre, il racconto della rivolta di una generazione di giovani, quella degli anni Ottanta e Novanta, vissuta ai margini, eppure al centro di un dibattito appassionato, irrinunciabile e necessario. In questo senso il lavoro acquisisce, senza dubbio, il valore di fonte storica parziale le cui tracce, per quanto difficili da capire o da interpretare per chi le legge oggi, non possono essere ignorate. Sono memorie che intrecciano la vita personale alla vita politica, pervase, soprattutto, dall’urgenza etica, dall’impegno civile e culturale. Federico Raponi crede con tenacia che la cultura abbia il potere di “cambiare la società”: «Le scelte. Se per la propria vita non si immagina un progetto, un obiettivo, sono le scelte – prese o mancate – a tracciare un percorso. In ogni caso, col grande privilegio di averle a disposizione. Perché, in sintesi, la libertà è poter scegliere».
Il rischio di morire lo coglie di sorpresa. Una notte. A quarantacinque anni. E scatena l’urgenza di scrivere. Così, la morte diventa un’occasione per fermarsi e riavvolgere il nastro della sua vita, trasformando il suo tempo. “Fedingo”, epiteto con cui viene chiamato da un certo punto in poi, attraversa quegli anni, ce li fa vedere e ce ne fa sentire l’odore. Sono gli anni in cui Roma è un pullulare di occupazioni e sgomberi, gli anni di centri sociali autogestiti e occupati che accolgono tutto il malessere di una generazione e che, molto spesso, fungono da contenitori e promotori di una cultura musicale, teatrale, cinematografica, pittorica “altra”, sommersa e non uniformata, spesso di “avanguardia” che altrove non trova spazio e interlocutori. L’autore ci racconta gli anni delle manifestazioni in piazza, delle dancehall (Raggamuffin) dei 99 Posse, gli anni dei collettivi, di Anubi (lo storico animatore della Pantera alla Sapienza), gli anni di Askatasuna, il centro sociale occupato in via della Nocetta a Monteverde e il carcere di Rebibbia. In una lingua scarna, volutamente documentaristica, Raponi distilla, seziona e taglia al millimetro i ricordi, restituendoci la sua versione della storia. Sceglie di scrivere in terza persona affinché quei “documenti” siano il più possibile oggettivi. Federico Raponi è stato ed è molte cose. Dagli anni della Pantera all’esperienza del Teatro Valle occupato fino a Radio Onda Rossa che segue dal liceo e con cui partecipa al programma Fuori dai banchi. Sarà proprio Radio Onda Rossa il luogo deputato dove lavorerà per oltre un ventennio – e sarà l’alma mater del programma Voci della Resistenza. Sono gli anni del processo Priebke e la sua trasmissione sarà importante all’interno del dibattito che si creerà sulla questione. A Radio Onda Rossa rimane per più di vent’anni occupandosi di teatro e cinema. Alcune pagine fanno intravedere quel rapporto privilegiato che Federico ha avuto con Mario Monicelli il quale lo pregia di un dialogo ininterrotto e commovente che poi lo avvicinerà alla figlia di lui. La grande storia è sempre il frutto delle microstorie, passaggi apparentemente insignificanti che invece rivelano. Ci sono momenti commoventi come il capitolo intitolato “Leonessa” dove ci racconta di Albina, la bisnonna materna che aveva vissuto all’Orfanotrofio di San Michele a Ripa. Il libro ha una struttura circolare. Si apre con dei momenti personali adolescenziali e si conclude con un ricordo altrettanto personale. «Ora invece, è una questione di sangue, di DNA, di tre passaggi genealogici all’indietro. Fino a una bisnonna cresciuta in orfanotrofio, a quel ramo familiare che portava in sé il germoglio della nobiltà d’una ribellione cui la collettività avrebbe reso onore, quasi 80 anni dopo, con una medaglia». Così chiude il cerchio di un’esperienza segnata dalla vocazione per l’umano, dove l’etica rimane il filo rosso e l’istanza per ogni azione presente e passata. Se potessi riassumere in un’immagine la suggestione più potente che mi lasciano le sue pagine sarebbe questa: «Diario di un imprudente, la fede appassionata di un agnostico».
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Antonio Rocca (Facebook, 2020.10.01):
Appena finito e scrivo come viene, altrimenti non si scrive mai nulla.
Si legge veloce e alla fine ti restano addosso disillusioni e lacrimogeni, altre lacrime e poesia, tanta.
Un mucchio di parole nell’etere e nelle assemblee, miste a parole che non abbiamo pronunciato.
Trent’anni, anzi di più, perché in qualche modo il racconto comincia con il gol di Turone…
è un racconto ambivalente, direi la risultante di tensioni opposte. Da una parte tira il filo della narrazione la passione, dall’altra c’è una dissimulazione giornalistica. L’io narrante tenta di fare un passo indietro nella scelta della terza persona, una scelta che tradisce il desiderio di una qualche distanza oggettivizzante, ma la soggettività è incancellabile e tracima ogni strategia enunciativa.
È bene che sia così perché questo non è un racconto dal di fuori, ma il punto di vista di uno che c’era e che non vuole rinunciare a nulla, neanche alle battute, ai dettagli, ai modi di dire, ma che sembra pronto a rinunciare a tutto. Ciò che è nominato è trascorso nel passato, è stato elaborato. Una presa di congedo che coinvolge luoghi, frasi, individui, amori e battaglie, ma un’elaborazione orgogliosa, che rivendica tutto senza neanche farlo, perché certo che rivendichiamo tutto.
Una storia raccontata dopo un lutto e dopo aver percepito la morte vicinissima. Si tira una linea per andare avanti, verso dove non si sa, ma è questo l’unico modo per andare da un’altra parte, forse non avanti, magari non è avanti che si deve andare, ma altrove, questo sì. Fa venir voglia di scrivere, soprattutto quando non si è d’accordo o quando si vorrebbe aggiungere un pezzetto di storia.
Però non ho ancora il coraggio di quella presa di distanza. Dovrei prendere atto, ma non me la sento di fare i conti.
Insomma un testo che non so giudicare. Troppo vicino. Vedo i luoghi, i volti, vedo Federico arrivare a Pirateria la prima sera, quando si presentò il gruppo di Askatasuna, ed è bello vedere quella scena dall’altra parte. Vivere quel ricordo al contrario, e tanti altri ricordi accanto o in disaccordo.
È stato un enorme piacere leggere questo libro, e piacere non è abbastanza. Piacere è fiacco. È stato bere una cosa con dentro emozione, orgoglio, tristezza, felicità e tanta altra roba che al momento non saprei riconoscere o descrivere o che, comunque, non intendo fare.
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Andrea Bollati (Facebook, 2020.09.16):
Il libro ‘Quando il fumo si dirada’ di Federico è davvero prezioso, nel suo racconto che si concentra soprattutto in quegli anni ’90 di gran fermento, iniziato con il Movimento della Pantera e proseguito a Roma, al ritmo delle posse, col diffondersi dei centri sociali in tutti i quartieri, di realtà culturali e di lotta il cui megafono è rappresentato soprattutto da Radio Onda Rossa nella quale confluiscono diversi studenti della Pantera, come Federico, dandogli nuova linfa. La strada di Federico è stata in parte la mia e molte volte abbiamo camminato insieme e condiviso esperienze come quella di ROR a cui dedica diverse pagine, e non potrebbe essere altrimenti considerando il suo contributo radiofonico, mai interrotto. La bellissima foto di copertina di Tano D’Amico del ’90, a stazione Termini, coglie anche me, rappresentando un altro legame tra noi. Ottimo lavoro, bravo Fede!”
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Marialuisa Giordano (Facebook, 2020.09.10):
“Di formazione libertaria, senza Maestri ma per ricerca personale”
Tra le tante frasi e parole del bellissimo racconto di vita di Fedingo questa è quella che, a mio parere, più lo rappresenta.
In questa autodefinizione in terza persona riconosco il mio amico, mente acuta sempre in ricerca, perennemente alla scoperta di nuovi stimoli, di spunti per nuove esperienze.
“Quando il fumo si dirada” è una corsa dettagliata attraverso una vita che ne racchiude molte e diverse: Federico che poi diventerà per tutti Fedingo, Fedingo attivista politico, Fedingo e la musica e il teatro e il cinema. E i personaggi ognuno persona che passano tra le righe trasformandosi per qualche riga in protagonisti.
E poi ( sempre presenti) l’umanità e la solarità dell’ Autore caratteristiche che fanno amare il suo esordio letterario così come fanno amare lui. Grazie Fedingo per questo lungo e profondo spaccato di te.
https://www.facebook.com/marialuisa.giordano/posts/10221196631177207
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Elena D’Alessandri (Articolo 21, 2020.08.18):
“Se per la propria vita non si immagina un progetto, un obiettivo… Sono le scelte – prese o mancate – a tracciarne il percorso!”
E’ proprio dalle scelte che inizia il viaggio – lungo quasi quarant’anni – in cui ci accompagna Federico Raponi, classe ‘68, con “Quando il fumo si dirada. Momenti di una vita tra politica, arte e cultura partigiane”, edito da StreetLib, disponibile online (124pp, 3 Euro). Un’autobiografia – ma forse sarebbe più giusto definirla una testimonianza – che inizia quasi in sordina, con una serie di aneddoti familiari, ma che procede via via in un crescendo, assumendo, con l’avanzare delle pagine, una dimensione più politica e culturale: corre veloce attraverso gli anni – dagli ’80 ad oggi – ripercorrendo le battaglie, la militanza politica, l’impegno civile, la passione per il cinema, la radio, i giornali, le tante amicizie e gli accadimenti di quel periodo.
Federico Raponi o ‘Fedingo’ – così ribattezzato dai tempi di Askatasuna, il centro sociale occupato autogestito in via della Nocetta, nel suo quartiere, Monteverde – parla di sé, pur prediligendo la terza persona, raccontando la sua esperienza, che diventa tuttavia paradigma di un’epoca e si presenta come un affresco potente di alcuni quartieri di quella Roma in cui i ragazzi – di concerto o meno con il Comune – si riappropriavano di alcuni spazi dismessi. La narrazione si snoda, tra entusiasmi e delusioni, dalla Pantera alle prime occupazioni, dall’esperienza del Teatro Valle occupato a Ror – Radio Onda Rossa (autogestita, antagonista e indipendente), una tappa ventennale, alla quale approda – dopo una breve parentesi liceale con “Fuori dai banchi” – con il programma “Voci della Resistenza” negli anni del processo Priebke, restandovi con le trasmissioni dedicate al cinema, al teatro, alla musica, alla politica… “Del resto Federico crede fermamente nella funzione catartica della cultura per cambiare la società”.
Nel suo racconto non manca il resoconto degli attacchi dei gruppi fascisti, dei tanti sgomberi e anche degli arresti, esperienza, quest’ultima, a Rebibbia, che lo segna profondamente. “Il contraccolpo della prigionia ha i suoi effetti: Fedingo non riprende l’attività di volontariato al Don Guanella e lentamente abbandona l’università… Piuttosto continua a praticare un ulteriore avvitamento nella militanza. Anche se, dati gli obiettivi e i rapporti di forza in campo, la lezione dei giorni in carcere è che – ora – non c’è una battaglia per cui valga la pena finire di nuovo dentro”.
E poi le esperienze di solidarietà internazionale, prima in Chiapas, quindi in Kurdistan. Il risultato è una sintesi efficace di quegli anni, un racconto autentico (certamente di parte), appassionato e a tratti commovente – dedicato al padre, recentemente scomparso e a ‘Vali’, la sua compagna – preceduto da un’efficace introduzione del leader storico dell’Autonomia Operaia, Vincenzo Miliucci.”
https://www.articolo21.org/2020/08/quando-il-fumo-si-dirada-momenti-di-una-vita-tra-politica-arte-e-cultura-partigiane/
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Giulia Castelnovo (Facebook, 2020.08.14):
Un libro che si legge tutto d’un fiato. Che scorre veloce come i quasi 40 anni che racconta, dagli anni ’80 a oggi. La vita di Federico, scritta in prima persona, anzi in terza, è fatta di battaglie, amicizie, politica, passione per il cinema, il teatro poi, e naturalmente di radio. Radio Onda Rossa augestita, antagonista e indipendente, al quale approda (dopo una prima esperienza liceale con “Fuori dai banchi”) con il programma Voci della Resistenza. Erano gli anni in cui Federico seguiva il processo Priebke. E da lì, tantissimi programmi ideati, condotti, realizzati insieme a tanti compagni, sempre in dialogo con gli ascoltatori e i sostenitori.
Trasmissioni di cinema, musica, teatro, politica.
“Del resto Federico crede profondamente nella funzione catartica della cultura per cambiare la società.”
Il libro è anche una personale sintesi, un affresco che tratteggia le tante esperienze della militanza antagonista romana. Dagli anni delle prime occupazioni, dei sound system, delle manifestazioni, delle lotte, delle esperienze politiche militanti, fino al Teatro Valle occupato. Ma anche la storia infinita degli sgomberi, degli attacchi di gruppi fascisti, e anche degli arresti.
Si racconta così anche la storia della città, una parte della sua storia che se non l’hai vissuta te la devi andare a cercare nelle pubblicazioni indipendenti di quegli anni, nei documenti visivi autoprodotti, oppure appunto nei racconti di chi l’ha fatta. La storia di alcuni quartieri di Roma, che conoscevo molto poco, raccontata dalla parte di quei tanti ragazzi che se ne riappropriavano, alcuni mediando con il comune altri no, per crearne spazi culturali, libertari, di mobilitazione, di relazione con i quartieri (quest’ultima più o meno riuscita).
Ma anche esperienze solidarietà internazionale, come per esempio quella al popolo kurdo. Federico partecipa al treno per la pace Musa Anter e si unisce al gruppo internazionale che cerca di raggiungere Diyarbarkir.
Una generazione di militanti antifascisti romani, dei gruppi femministi, antagonisti libertari. Amici e compagni di lotta e di vita di Fedingo.
Grazie Federico! È stato super interessante leggerti. Dai racconti dei miei nella militanza milanese degli anni ’70, mi sono immersa in quella romana tua.
https://www.facebook.com/giulia.castelnovo.5/posts/10224134859904486
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Mattew Joseph McJudge (Facebook, 2020.08.05):
Una lettura che scorre direttamente al cuore rotta da qualche brivido di nostalgia. Un immersione in un bagno di emozioni che in parte ho vissuto sulla mia pelle. Un esercizio di memoria importante per le nostre esistenze che ancor non si rassegnano ad un clima di sconfitta.
La tua opera conferma la costante presenza del Fedingo in una generazione di sognatori in questa città.
https://www.facebook.com/delgiudice.matteo/posts/10220895644553262
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Teresa Pedroni – Compagnia Diritto e Rovescio (Facebook, 2020.07.31):
“Ho letto il tuo libro, mi è piaciuto. Interessante la terza persona, grande ritmo, una cavalcata nella storia in un tempo unico, chi legge è al tuo fianco, non c’è un prima e un dopo…
Dovresti farne un pezzo teatrale, si presta molto…
Non esiste giudizio sul protagonista… lui vive!!!
Bravo
Ho riletto il finale, e in quel segreto gira il motore di una vita…”
https://www.facebook.com/federico.raponi.it/posts/3039366466181490
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... E questa è una canzone senza finale,
come senza fine è il nostro sbatterci, il nostro vivere, il nostro amare.
Vivere, come in un vortice di lavandino, come la fiamma di un cerino, come in un nido di serpenti,
con le unghie e con i denti, aggrapparsi alla vita per non farla più scappare…”
Truzzi Broders
 

3 Comments

  1. Una lettura che scorre direttamente al cuore rotta da qualche brivido di nostalgia. Un immersione in un bagno di emozioni che in parte ho vissuto sulla mia pelle. Un esercizio di memoria importante per le nostre esistenze che ancor non si rassegnano ad un clima di sconfitta.
    La tua opera conferma la costante presenza del Fedingo in una generazione di sognatori in questa città.

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