MARPICCOLO (conferenza stampa, FilmUP)

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conferenza stampa del film MARPICCOLO di Alessandro Di Robilant (I, 2009)

FilmUP, novembre 2009
http://filmup.leonardo.it/speciale/marpiccolo/int01.htm

Il film ‘Marpiccolo’ è stato presentato in conferenza stampa a Roma dal regista Alessandro Di Robilant, dal produttore Marco Donati, dagli attori Giulio Beranek, Anna Ferruzzo, Selenia Orzella, Giorgio Colangeli e Valentina Carnelutti.

– Perchè la scelta di parlare dell’Ilva?
Alessandro Di Robilant: «è avvenuta abbastanza casualmente, il copione non aveva l’indicazione di una città. Sentivamo l’esigenza di un luogo cinematograficamente poco frequentato, e Taranto lo era. L’ho attraversata e mi è sembrata ideale, unisce un’anima greca con una cintura industriale e proprio questo la rende bella, però solo sotto il profilo estetico».

– Secondo quanto detto nel film, lo stabilimetno è responsabile di un decimo dell’inquinamento europeo…
A.D.R.: «sono dati reali, per la presenza di diossina, Taranto è la terza città europea più inquinata e non mi pare che per affrontare il problema si faccia più di tanto. Chi viene da fuori, lo sente respirando. Si capisce dall’odore e dal colore, la città è cosparsa di una polvere rossa».

– La storia come è nata?
A.D.R.: «è una conseguenza del libro, la trama nasce lì, e poi è stata sviluppata nel copione, dove si unisce alla storia di un protagonista che si attaglia perfettamente al quartiere di ambientazione. É stato un lavoro progressivo».

– Quali le differenze rispetto al libro?
A.D.R.: «il libro racconta di quartieri difficili, e anche nel film c’è una storia difficile in un ambiente difficile, ma non volevamo solo un’opera di denuncia. Il libro è più nero, mentre – sviluppando il film – progressivamente il racconto ha assunto una maggiore positività perchè siamo stati sensibili rispetto alla reatà che ci siamo trovati di fronte. Quello che ci ha colpito molto, e come cosa bella, è che in un luogo di disagio non è vero che ci sia un’umanità umiliata e offesa, rasente i muri, ma piuttosto vivace, reattiva, partecipe, solidale. Soprattutto quella femminile, le donne sono straordinarie per forza e capacità di reggere situazioni molto dure».

– Dei due finali, qual’è quello onirico?
A.D.R.: «quello in cui Tiziano (il protagonista, ndr) muore. Questa visione lo spinge ulteriormente ad andar via, magari per poi tornare, in seguito».

– La reazione, in generale, può esser solo quella di andar via?
A.D.R.: «forse oggi è l’unica maniera, con quel suo percorso Tiziano ha la necessità di dare un taglio, mettere un punto. Non esclude di tornare, ma dopo un resettaggio. Taranto è una città che ha perso fiducia, i problemi sono evidenti ma non vengono messi all’ordine del giorno. Molti vorrebbero cambiare la situazione, ma non so se oggi ci siano le premesse».

Anna Ferruzzo: «la decisione di Tiziano di partire è dovuta anche al fallimento del mio personaggio (la madre, ndr), che fa rientrare il marito in casa. Quel passaggio permette a Tiziano di staccarsi. Di solito, in quel contesto accetti la situazione per abitudine e perchè non capisci che esistono altri contesti. L’allontanamento fa parte della crescita, consente poi di tornare con maturità, consapevolezza e occhi diversi».

Giorgio Colangeli: «il film ha il coraggio di far vedere quello che funziona, come dimostrano l’insegnante e l’educatore. C’è vita anche in chi sta male, i nostri interlocutori in quei luoghi non sono debilitati dalle tragedie, aspettano un rapporto. É un film positivo e ottimista, ed è questo il vero coraggio. Andarsene non è una fuga, ma una strategia di sopravvivenza, un Erasmus. Quando si esce da un contesto, poi si vede meglio da dove si viene. Un po’ come succede nel presbitismo».

– In quella terribile situazione, nel film c’è l’oasi dell’istituto di rieducazione…
A.D.R.: «non corrisponde esattamente alla realtà dell’istituto che abbiamo visitato, ma c’è sempre la possibilità di avere a che fare con figure straordinarie in luoghi di grandi difficoltà retti sulle spalle da persone che lavorano da sole, silenziosamente e senza ringraziamenti. Ne ho incontrate spesso».

– É anche una storia di crescita…
Selenia Orzella: «i due aspetti che mi piacciono di più nel mio personaggio sono la forza, nonostante l’età, di venir fuori da una situazione e di trascinarne fuori Tiziano. E poi, nonostante questa forza, la dolcezza che mette nella storia d’amore».

Giulio Beranek: Il comportamento del mio personaggio è realissimo in quel quartiere, come anche la spinta ad uscirne. Penso che in certi quartieri sia possibile solo la fuga. Chi non è figlio di qualcuno, e ha dei problemi, per non rimanere in contatto con una certa situazione se ne deve andare. Le istituzioni dovrebbero offrire possibilità di studio e di lavoro perchè, se se ne vanno i buoni, lì restano sempre gli stessi».

– Il film individua una via di fuga anche nella cultura…
Valentina Carnelutti: «per il mio personaggio due sono le cose fondamentali: la fiducia nella cultura come possibilità di cambiamento e una consapevolezza utile a non farsi prendere in giro. Un altro elemento in più è la pratica, come insegnante. Avevo 4 frammenti di tempo per far capire che la cultura ha un senso e un valore, e anche nella vita ci sono poche occasioni, in cui le cose vanno incanalate con precisione».

– Non è il primo film in cui parla dei problemi del meridione…
A.D.R.: «a spingermi è l’amore per il Sud, il luogo dove mi trovo meglio, e dove trovo nei rapporti quello che in passato mi è mancato. I miei film che mi stanno più a cuore sono quelli che ho girato lì, ma di soluzioni non ne potrei dare».

– Com’è stato il lavoro con due giovani?
A.D.R.: «di grande facilità, per me il principale valore di un regista è intuire prima di cominciare, gran parte del lavoro consiste nello scegliere l’attore giusto. Giulio Beranek ha un’esperienza personale evidente, una famiglia internazionale abituata a stare insieme a persone di diverse provenienze. Il bagaglio personale è fondamentale, io poi l’ho aiutato a stare a suo agio e a portare in scena sé stesso. Selenia Orzella ha una formazione e una disciplina, è andata presto via di casa per stare 6 anni in un collegio, e tutto questo i due ce lo hanno dato».

– I costi?
Marco Donati: «è un film “low budget”, rispetto ai normali 3-4 milioni ne è costati 1,3. Considerato che siamo partiti senza soldi, è andata bene. E anche il fatto che il progetto è partito nel 2005 e terminato nel 2008».

– Come sono stati distribuiti tra i soggetti coinvolti?
M.D.: «l’Apulia Film Commission ha messo il 5%, il ministero il 50 e la RAI, tra co-produzione e antenna, il resto».

Federico Raponi

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