DAYA BAI, la signora col pony

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incontro con DAYA BAI, del National Alliance of People’s Movement

RomaStyle, novembre 2006

A mettere in moto i progressi sociali può essere anche una singola persona.
É l’impressione che abbiamo avuto incontrando, al termine del suo “tour” europeo, l’attivista indiana per i diritti umani Mercy Mathew (meglio nota come Daya Bai), dirigente del National Alliance of People’s Movement.

Minuta, energica, fasciata in un sari amaranto, un sorriso umile reso ancora più dolce dalla violenza subita («per difendere una donna – spiega – sono stata picchiata selvaggiamente ed ho perso i denti»), Bai utilizza il linguaggio e i concetti semplici e diretti di chi è abituato a comunicare con gli ultimi della società: «fin da bambina – dice – ho sentito il disagio della distanza, come di un muro tra le persone, e al contempo sentivo una vicinanza ai marginalizzati. La mia idea di sviluppo è l’armonia tra gli uomini, e tra essi e la natura, come è scritto nella Costituzione indiana basata sui tre concetti di uguaglianza, libertà, giustizia, e, a coronare tutto, la fraternità».

Proveniente da famiglia benestante, per aiutare i più deboli Bai rinunciò ai propri privilegi di casta, lavorò al fianco di Madre Teresa di Calcutta e, laureatasi in scienze sociali, per il dottorato sul campo si recò nell’area tribale e povera del Madhya Pradesh (India centrale).
«Qui – ricorda – la Banca Mondiale elargiva prestiti per la costruzione di pozzi, e in molti hanno contratto debiti, in diversi casi fasulli, che non erano in grado di restituire. Ora i debiti non vengono più cancellati e i prestiti non più concessi a singoli, ma per opere pubbliche come la diga della Narmada Valley».

Bai si è stabilita nella zona da 25 anni (forte pure di una laurea in Legge per difendere la popolazione dai soprusi), pratica e insegna agricoltura biologica ed è soprannominata “la signora col pony”, animale sul cui dorso continua a spostarsi di villaggio in villaggio.
L’attivista si inserì subito, da pari a pari, in quella realtà.
«Cominciai a fare la manovale – racconta – e mi resi conto di come i lavoratori venivano imbrogliati nei pagamenti. Capii che la prima cosa era renderli coscienti dei loro diritti e organizzarli perché li reclamassero. Senza intervenire sui singoli casi, ma per cambiare la mentalità. Intraprendemmo le lotte legali, poi la via dei diritti umani, e per la prima volta si ruppe la cultura del silenzio. Io fui minacciata, e ci furono pressioni per tacitare la gente».

La sua militanza consiste anche nello scrivere poesie e canzoni, da lei stessa recitate in rappresentazioni nei luoghi pubblici come i mercati.
«Abbiamo per obiettivi – continua – le retribuzioni, la lotta alla deforestazione, i diritti delle donne su questioni come matrimoni di minori, dote, compra-vendita di bambine, stupri che sono causa di suicidi e omicidi».

La condizione femminile originariamente era diversa.
«Nelle comunità tribali – spiega – le donne sono sempre state una forza considerevole, per quanto socialmente non avessero potere decisionale. Lo avevano però in famiglia, in cui controllavano l’economia. Non esisteva la dote, ma al contrario un prezzo pagato dagli uomini. Nell’agricoltura questi aravano, mentre le donne facevano tutto il resto. Con l’automazione, invece, sono state via via escluse dai meccanismi produttivi».

Le mobilitazioni hanno sortito diversi risultati.
«Ora, una legge per il matrimonio impone la maggiore età, agli stupri si reagisce rivolgendosi alla polizia e mentre in precedenza, con la dote, qualche anno dopo il marito cacciava la moglie e ne cercava un’altra, adesso le donne si organizzano per impedire nuovi matrimoni se la dote non viene prima restituita».

Altri successi riguardano, infine, la lotta alla diga della Narmada Valley.
«Per gli espropri dei terreni venivano dati risarcimenti in denaro, ma la gente, non abituata a maneggiarlo, lo sperperava in poco tempo. Adesso viene compensata con altra terra. Inoltre, abbiamo estromesso dai lavori la Banca Mondiale e, sebbene la diga sia stata costruita, è passato il concetto – conclude la Bai – che gli abitanti devono essere consultati».

Federico Raponi

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