Piero Cannizzaro – CITTÁ SLOW

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intervista a Piero Cannizzaro, regista del documentario CITTÁ SLOW (I, 2010)

Terra, giovedì 18 novembre 2010, pg.13

Il bello di un’esistenza fuori dalle metropoli.
Le ‘Città slow’, documentario di piero cannizzaro, sono «quelle – racconta il regista – che appartengono all’omonimo movimento, branca di “slow food”, dove si tende a un buon vivere, che vuol dire gustarsi la vita, cioè godere dell’Arte e della quiete».

– Quali luoghi ha scelto?
«Per aderire al manifesto, le città devono avere un massimo di 50mila abitanti. partendo dal Sud, mi sono occupato di 8 di queste: Cisternino nell’alto Salento, Pollica nel Cilento, Amelia, Orvieto (che oltre ad essere la più grande, è la loro capitale, dove si trova la sede nazionale), Greve in Chianti, Massa Marittima, Levanto e Bra».

– Una dimensione a misura d’uomo?
«Premetto che la perfezione non esiste, sarebbe noiosissima. Far parte del movimento vuol dire che si è una città in cui si respira un’aria, c’è un inconscio collettivo, una tensione verso il buon vivere, e questo significa anche accoglienza, solidarietà, senso dell’amicizia. Tra l’altro, sono andato a cercare persone che “slow” lo sono naturalmente, ancor prima che nascesse il marchio, la loro è una condizione di vita. Se vogliamo fare un azzardo, credo che anche i grandi mistici fossero “slow”. Vent’anni fa, quando mi occupavo di documentari radiofonici, ho fatto un viaggio nelle isole Eolie, un pescatore mi ha fatto fare il tragitto Panarea-Lipari su un gozzo e sono tornato indietro con Leonardo Sciascia, che era la prima volta che andava lì. Ecco, secondo me anche quello è un modo di essere “slow”. In fondo, continuo a fare quello che ho sempre fatto, solo in modo un po’ più definito».

– Un posto del genere garantisce anche lavoro e reddito?
«Generalmente sono tutti in simbiosi col territorio, e hanno deciso di portare la propria economia nel luogo dove vivono. si va dal ristorantino col proprio orto, a
chilometri zero, al musicista che – partendo dalla propria base – va a fare concerti in tutta italia. Ho trovato diverse “eccellenze”, che hanno deciso di tornare dove sono nati, o di spostare le proprie radici in un posto nuovo e più piccolo».

– Il documentario è composto da interviste e scene di vita quotidiana?
«Entrambe, con testimonianze di personaggi come un organista che ha scelto di ritirarsi ad Amelia perché per lui il tempo è fondamentale, e vivendo a Roma non riusciva più a sentire il suono del silenzio. ognuno di loro, chi per il cibo, chi per l’Arte, chi per la filosofia, ha dato una propria idea di lentezza, del buon vivere. Molti sono stranieri, e comunque tutti, rifiutando di rincorrere il tempo in maniera forsennata, cercano di apprezzare anche le piccole cose. Può sembrare retorico, ma mi conforta il fatto che il documentario abbia avuto un ottimo impatto sia su chi ci ha partecipato che su pubblico e critica».

Federico Raponi

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