Claude Chabrol (conferenza stampa, Cinema4Stelle)

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conferenza stampa del regista Claude Chabrol

Cinema4Stelle, novembre 2006
http://www.cinema4stelle.it/Conferenza-Chabrol.htm

Tra le varie retrospettive del Torino Film Festival, una era dedicata a Claude Chabrol, a concludere quella iniziata la scorsa edizione.
Il cineasta francese è stato anche ospite della rassegna, in due incontri col pubblico mediati da Enrico Grezzi.
Ecco il resoconto del primo, cominciato con una riflessione sui cortometraggi, generalmente trampolino di lancio dei registi.
Non nel caso di Chabrol.
«Ne ho fatto uno – ha detto l’autore – poi ho deciso che era un formato che non mi interessava. E un corto sbagliato sembra molto più sbagliato di un lungometraggio. Mi piace più il romanzo della novella, che è una buona scuola, ma anche una trappola. Implicano tecniche di riflessione differenti. Fare un film di un’ora, un’ora e mezza implica una forma diversa da uno di due ore. Ho trovato due modi d’azione: grazie a mia moglie, che mi conosce e calcola il minutaggio, e ad un quaderno a quadretti in cui calcolo il tempo di ogni pagina di scrittura».

Una ricca filmografia la sua. Con una cronologia riconoscibile, un’evoluzione?
«Ho l’impressione – ha risposto Chabrol – che sia un presente continuo. Cerco di rispettare l’epoca in cui giro, nel captare l’atmosfera. I miei film sono simili tra loro, c’è una sorta di continuità, non si percepisce l’invecchiamento. Tranne per quelli “alla moda”, che poi passano. Ho la speranza che diventino “storici” a forza di invecchiare, ma è ancora presto».

Il rapporto spazio-tempo?
«Il cinema non è del tempo, che non ha importanza. In fondo è uno spazio che viene percorso. La posizione corporea dei personaggi per me è fondamentale, ha un significato. Per circoscrivere lo spazio. E’ importante far capire l’aria che respirano i personaggi, e che sono ristretti in un ambiente. L’inquadratura è una delle poche cosa che si possono controllare».

Mai film di fantascienza, nonostante sia un appassionato.
«Non sono in grado di dire cosa accadrà tra un anno, potrei farmi deridere. Sono prudente. Avevo due progetti, uno era ‘Penultima verità’, non cominciato per alcune difficoltà. Ma non volevo passare due anni in mezzo ai robot, e ho rinunciato».

Film per la TV?
«In genere, servono per pagare le tasse. Ma, a volte, per la necessità di essere veloci, si trovano soluzioni interessanti».

E l’idea di serie televisive di qualità, alla Twin Peaks?
«Cerco di fare film che bastino a sè stessi. Magari riprendo più volte la stessa situazione, ma per variarla, capovolgerla. Mi darebbe fastidio lavorare con gli stessi attori, anche se si sta bene non si può stare sempre con loro. E poi è un impegno di anni».

Soddisfatto delle sue opere?
«Non le rinnego. A volte, sono stati esercizi stilistici, in alcuni casi non sono riuscito a fare film come volevo, come per ‘Dieci incredibili giorni’. Due-tre sono di una stupidità prodigiosa, come ‘Pazzi borghesi’. Funzionano dal punto di vista artigianale, non artistico. Quando mi sono reso conto, all’inizio, di non essere uomo da capolavoro, ho cercato di fare un muro – in cui i film sono come il materiale che si mette tra un mattone e l’altro – talmente solido che saranno obbligati a tenermi in considerazione».

E’ cambiata la sua prospettiva?
«Da una decina d’anni faccio solo film che voglio, e ho conservato la stessa visione delle cose. I criteri diventano più precisi, per toccare lo spettatore come e dove si vuole. Ho finito per essere più indulgente su cose verso le quali non capivo l’interesse».

Il cinema italiano?
«Non sono più attento come in passato. Ha smesso di svolgere un suo ruolo come nel ’45, non ha possibilità di paragone. Credo sia complicato per i finanziamenti, la TV è stata anarchica e lo ha danneggiato, e in pochi anni sono morti molti maestri. Uno che mi ha dato un’idea capitale, la chiave, è stato Roberto Rossellini che diceva: “quando l’inquadratura è perfetta, passa a quella successiva”».

Come mai gira nella provincia?
«Mi piace lavorare su un gruppo ristretto di persone, come insegna Michelangelo Antonioni la città ha il problema dell’incomunicabilità, e non vivo più a Parigi».

I suoi finali spesso sono aperti…
«Nelle opere d’arte, la fine è la morte. Io fermo le cose quando il tema è stato trattato, i personaggi secondari restano in sospeso ma sono collegati ai protagonisti, per cui il meccanismo va messo a punto. Non voglio essere schiavo dell’intreccio, è meno importante del film e dei personaggi, che devono avere una possibilità di continuare a vivere. Il film è una parentesi della loro vita, come la vita delle persone è una parentesi della vita dell’umanità. Dobbiamo tenere presente questo. Quando arrivo ad una soluzione di un problema, aspetto il prossimo film per risolvere il successivo».

Girerà in Italia?
«Ho un progetto da molto tempo, ma molto costoso, ambientato nel 19° Secolo sul Lago di Como, basato sull’ultimo libro di un autore americano pressochè sconosciuto e morto giovane. Non ho fretta, vorrei che fosse l’ultimo film, perchè sarà molto impegnativo».

Si sente più narratore o poeta?
«Se dici di essere poeta puoi far ridere, non puoi dirlo di te stesso. E poi è necessità dei cineasti essere narratori».

Rispetto alla guerra?
«Se si uccidono migliaia di persone si è eroi, se poche, assassini. Il numero santifica. Chi uccide una volta non può essere considerato assassino, alla seconda sorgono dei dubbi, alla terza sei un assassino, alla quarta serial killer. In Iraq sono morti 3 mila soldati americani e 300 mila iracheni di cui si parla poco. Quindi, in realtà, il numero non santifica, cancella, è solo una cifra. E’ un soggetto straordinario, ma non ho ancora trovato la trama».

Federico Raponi

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