Paolo Sorrentino – L’AMICO DI FAMIGLIA

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conferenza stampa del film L’AMICO DI FAMIGLIA (I, 2005) di Paolo Sorrentino

Cinema4Stelle, novembre 2006
http://www.cinema4stelle.it/Conferenza-L-amico-di-famiglia.htm

Alla Casa del Cinema, il regista Paolo Sorrentino ha presentato il suo nuovo film L’AMICO DI FAMIGLIA.

– É una versione modificata rispetto a quella portata a Cannes…
«Era più vicina alla sceneggiatura la prima. Appena finito, il girato lo vedi troppe volte. Un paio di mesi dopo, ho notato i difetti. Il montaggio era stato frettoloso, il film risultava un po’ lungo e faticoso per la comprensione. Abbiamo tagliato sei minuti, soprattutto nel finale. Mi viene da fare più finali, è un mio problema. A volte mi va bene, qui no».

– Potrebbe considerarsi il terzo capitolo di una trilogia sulla solitudine?
«Non è una trilogia, la solitudine è una condizione imprescindibile, un tema troppo ampio».

– Qual’è stata la spinta?
«Mi piaceva l’idea di una commedia su un usuraio, due elementi antitetici. L’usuraio istituzionalmente non può essere una figura comica, tutti lo considerano in malo modo».

– Un protagonista al negativo…
«Il cinema è per l’estremizzazione, ma è più facile diventare come lui che come Madre Teresa di Calcutta. La statistica mi dà ragione. Basta uscire la domenica pomeriggio, o leggere il giornale. C’è quel mondo lì, non è necessaria una ricerca approfondita. Il fascino di raccontarlo è banale: il male ha più movimenti del bene».

– Il cast è anticonvenzionale, con presenze insolite…
«Questo, con me, avviene molto spesso per caso, non ho pregiudizi verso nomi più consolidati. Ci sono stati rifiuti di attori, per impegni o problemi pratici. Il protagonista, però, devo averlo in mente da subito. La trovata è stata Rizzo (il protagonista, ndr), il film è pensato su di lui, mi è sempre piaciuto. E poi è consueto utilizzare un caratterista come protagonista».

– L’architettura fascista pontina?
«Quei posti li conoscevo, li fotografavo e pensavo che fossero degni di entrare al cinema. Mi piacevano, e non è poco. La metropoli è caotica, e appannaggio di certa TV, il cinema deve cercarsi luoghi che siano forti, come la televisione non può essere. Non per una forzatura etica, ma è un’architettura destinata ad essere inquadrata. Fa uscire dalla città. Ordinata, senza automobili e persone. La scelte mi vengono pure da certe idiosincrasie: odio le macchine parcheggiate e i motorini. Escludendoli, arrivi a questo».

– La musica è un aspetto importante…
«Teho Teardo (autore della colonna sonora, ndr), per caso, anni fa mi aveva mandato della musica elettronica, e io mi sono entusiasmato. Non credevo ci fossero italiani che la sapessero fare. Nei miei lavori, la musica nasce in fase di sceneggiatura, mentre di solito è un’operazione che si fa successivamente. Anche per il mix ci sono diversi casi. In genere, molti arrivano alla fine stanchi, e hanno fretta, altri non hanno soldi, e c’è invece chi ci si dedica».

– Il tema portante è il denaro…
«I soldi sono veicolo di rapporti di potere. Come ne ‘le conseguenze dell’amore’, volevo mostrare l’assenza o la presenza di potere, e in che modo viene usato».

– Che effetto voleva suscitare?
«Il protagonista ha una notevole dose di ironia e autoironia. Le prime volte che lo vedevo ridevo. Non è capitato solo a me, al Festival di Londra la platea rideva. Ma la commedia non è il genere che voglio frequentare».

– Il cinema può cambiare la realtà?
«Non ha più questa forza, è di nicchia, poco popolare. A Napoli ci sono macroproblemi, magari bastassero 50-60 film».

– Resta legato ai suoi film?
«Hanno un effetto spazzaneve, il successivo spazza via l’altro».

Federico Raponi

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