7 BLIND WOMEN FILMAKERS (FilmUP)

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recensione del documentario 7 BLIND WOMEN FILMAKERS (filmsaz zan-e nabina) di Mohammad Shirvani (IR, 2008)

FilmUP, novembre 2008
http://filmup.leonardo.it/7blindwomenfilmakers.htm

Un incubo notturno, sulla perdita della vista, ha portato il cineasta Mohammad Shirvani (con alle spalle cortometraggi, documentari e opere sperimentali) a dedicarsi per 4 anni al volontariato con i ciechi.
Da qui la suggestiva, audace, originale idea di un film realizzato da sette donne non vedenti, che firmano altrettanti episodi (nel montaggio finale ne manca uno, l’autrice non ha voluto che fosse visto) in forma di diario.
Le registe/interpreti, non essendo nate cieche, hanno vissuto una delle privazioni peggiori: la conoscenza attraverso la vista, considerato il più importante tra i 5 sensi. Motivo per cui ‘filmsaz zan-e nabina’ si apre con un «in memoria della luce».
Munite di piccole macchine da presa digitali – con tenere inquadrature poco centrate, fuori fuoco e mosse – le sventurate ci mettono di fronte alla propria “normalità” conquistata.

Qualcuna è autosufficiente (commoventi le scene in cui si taglia col coltello affettando le verdure, o passa lo smalto, sbafandolo, sulle unghie dei piedi) e scrive al computer, un’altra col marito cieco ha avuto una figlia, una terza è sposata con il volontario che le teneva un corso di ceramica.
La possibilità di riprendere infonde coraggio (una di esse interroga il ragazzo che, quando scoprì che lei era ipovedente, interruppe qualsiasi tipo di rapporto. Ora la giovane, che prima lo supplicava di non lasciarla, gli intima di sparire), registra m
omenti di gioia – alla chitarra o con passi di danza – e registra capacità percettive («hai delle bellissime aiuole, i fiori sono splendidi»). L’opera collettiva dà anche – indirettamente – un parziale quadro di società iraniana patriarcale (chi, dopo aver perso l’occhio ancora sano per un errore farmacologico del medico, ha avuto un risarcimento dimezzato perché donna, oppure chi, laureata, voleva lavorare ma non le è stato possibile) e classista (il dottore riconosciuto colpevole ha continuato ad esercitare, e il suo studio è rimasto aperto), ma soprattutto alcuni picchi di intensità, come il confronto disperato con il medico, o la madre, preoccupata per quando morirà, lasciando la figlia senza aiuto.

la frase: «il mio paese è quello dove almeno ho il diritto di vivere»

Federico Raponi

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