QUEL TRENO PER YUMA (Liberazione)

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recensione del film QUEL TRENO PER YUMA (3:10 to Yuma) di James Mangold (USA, 2007)

Liberazione, venerdì 19 ottobre 2007 pg.11

A mezzo secolo di distanza, cosa spinge un regista al confronto con uno dei miti del proprio paese – il West – sfidando il rischio di un genere ormai privo di grossa attrattiva, e per di più lungo la strada del rifacimento?
L’originale di ‘quel treno per Yuma’ (trasposizione diretta nel 1957 da Delmer Daves del racconto pubblicato quattro anni prima da Elmore Leonard) James Mangold l’ha visto durante l’adolescenza, rimanendone così colpito da omaggiarlo in ‘Copland – sua seconda regìa – dove ha dato allo sceriffo il nome di uno dei due protagonisti del film di Daves.
Però non gli è bastato, e ha voluto rivivere quella pellicola, stavolta dietro la macchina da presa.
Con una sceneggiatura rispettosa dell’originale – sebbene con modifiche apportate – e un cast di stelle quali Russell Crowe e Christian Bale.
La storia è stringata: in Arizona, un povero mandriano (Christian Bale) per denaro si offre di far parte della scorta che deve accompagnare un pericoloso rapinatore (Russell Crowe) al treno per la prigione, mentre la banda cercherà di liberarlo.

Spingendo sull’avventura, Mangold fa leva su stilizzazione dei personaggi, frasi lapidarie e pesanti come sentenze, sentimenti di dignità e rispetto.
La sua (moderna) frontiera non ha spazio per i deboli, è maschile e carica del fatalismo della vita dura, della vendetta, e, soprattutto, dei dollari: se li contendono cacciatori di taglie, fuorilegge, proprietari terrieri con scagnozzi sadici, la potente mano delle ferrovie (che sfruttano operai cinesi e comprano tutto), disperati pronti ad accettare 200 dollari per ogni uomo ucciso.
Il confine tra bene e male è incerto: l’allevatore si ritrova costretto al fianco di chi gli ha bruciato il fienile, opposto ad un bandito che invece gli ha restituito i cavalli sequestrati, lo ha risarcito delle vacche morte e ha pagato la giornata di lavoro impiegata da lui e dai figli per recuperare il bestiame fuggito. E, perdipiù, viene lasciato solo da pavide stelle di latta e calcolatori facoltosi, quand’anche un sussulto d’onore paterno vale un prezzo altissimo.

Federico Raponi

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