NOI DUE SCONOSCIUTI (conferenza stampa, FilmUP)

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conferenza stampa del film NOI DUE SCONOSCIUTI (things we lost in the fire) di Susanne Bier (USA/GB, 2007)

FilmUP, ottobre 2007
http://filmup.leonardo.it/speciale/thingswelostinthefire/int01.htm

C’erano la regista Susanne Bier e l’attrice Halle Berry, alla conferenza stampa alla Festa del Cinema di Roma, per presentare il film ‘noi due sconosciuti’

– Ad Hollywood ha dovuto sottostare a regole o accettare compromessi?
Susanne Bier: «sono abbastanza fortunata: ho fatto una serie di film e mi sento abbastanza sicura. Sam Mendes, che ha prodotto il film, mi ha molto protetta, aiutata, e spiegato alla Dreamworks cosa avrei voluto fare. Anche loro comunque non volevano un film “mainstream”, e tutti coloro che ci hanno lavorato hanno sostenuto l’input creativo. Quindi non mi sono sentita costretta a fare qualcosa».

– Come si è trovata col metodo di Bier, fatto di improvvisazione e contributi?
Halle Berry: «Susanne è stata molto generosa, dedicava la mattina a prove per tutti, anche per sé, per apportare novità o contestare qualcosa. A volte funzionava, a volte lei stessa diceva: “è stato uno schifo”. C’è stata molta collaborazione ed esplorazione».

– Nel cinema di oggi troviamo sempre più ruoli femminili importanti…
S.B.: «mi piacerebbe pensare a una nuova tendenza, ma non so se sia vero. La maggior parte della storie sono scritte, dirette e interpretate da uomini. Rispetto a 10-20 anni fa, purtroppo, non mi sembra che ci siano stati molti cambiamenti».

– Nel film, inquadra spesso gli occhi dei protagonisti, o elementi che assumono un ruolo…
S.B.: «onestà e realtà emotive, per me, non consistono nel documentare cosa succede, ma nelle impostazioni personali. I sentimenti hanno un odore, come la pioggia. E nel film la pioggia rispecchia i sentimenti che i personaggi provano, difficili da descrivere».

– Il ruolo da protagonista e la regia al femminile danno un diverso valore al film?
H.B.: «è molto difficile la vita delle donne a Hollywood. É complicato trovare ruoli di qualità, che perlopiù sono scritti da uomini. C’è molto da lottare e da fare, anche se le cosa stanno cambiando. Molte attrici volevano la parte, e questo dimostra quanto se ne senta il bisogno. Susanne ha lavorato molto bene, un uomo non l’avrebbe fatto così. Sa rendere le sfumature, ha la capacità di penetrazione nelle emozioni con una sensibilità femminile. Ma è anche vero che questo non ha a che vedere col genere, ma col talento».
S.B.: «Halle è un’attrice interessante, sorprendente per capacità e diversità dei ruoli che interpreta. É difficile saper recitare in ‘Bondì e in un film drammatico. E’ coraggiosa, si impegna pienamente e ha molta energia, la mancanza della quale impedisce in genere agli attori di andare fino in fondo».

– C’è molta tenerezza verso il personaggio maschile…
S.B.: «io voglio tenerezza per tutti i personaggi che racconto, altrimenti non ha senso tentare di descriverli. Non volevamo dare della droga un’immagine attraente, ma evidenziarne la dipendenza. Benicio è stato coinvolgente nel mostrare il dolore di Jerry, bisogna provare compassione per persone così. Audrey all’inizio lo disprezza, ma alla fine capisce che lui già si disprezza da solo».
H.B.: «io non ho un’esperienza diretta, mi occupo molto di assistenza ai bambini e alle donne vittime di violenza domestica. Ma ho avuto vicino a me due persone dipendenti e mio padre era alcolizzato, quindi so bene cosa significa. E poi si impara sempre qualcosa dai personaggi interpretati».

– Dove è girato il film?
S.B.: «a Seattle. Il Pacifico del Nord è molto diverso dal resto del Paese, si tende più all’attenzione per l’ambiente e c’è uno stile di vita differente. Nel film, Brian – che è un benestante – ha un amico tossicodipendente, e non è uno spendaccione. C’è tolleranza, e un programma di siringhe gratuite che non esiste altrove. Quindi, mi è sembrato naturale ambientarlo lì».

– Uno dei concetti del film è «accettare quello che c’è di buono»…
S.B.: «voglio che un film abbia un contenuto, ma non mi piace trattare il pubblico dall’alto in basso. Non voglio solo lanciare un messaggio, ma essere più generosa. Nel film c’è dolore, lutto e soprattutto speranza, che è quella che mi ha spinto a farlo».

– Ci sarà un rifacimento hollywoodiano del suo ‘Brothers’ (‘non desiderare la donna d’altri’, ndr). Era necessario?
S.B.: «ho deciso di pensare a questo come a un complimento. L’originale è in danese, riservato perciò ad un pubblico limitato. Quindi, per me, un “remake” è un bene, anche se si perde la curiosità iniziale. É un po’ strano, come avere un figlio poi adottato da altri: speri che siano buoni».

– Il dolore ci cambia. Ha mai provato qualcosa del genere?
H.B.: «fortunatamente no. Nel film non mi sono preoccupata di essere dura o meno, ma di immedesimarmi».

– Un ruolo lontano da quelli a cui è abituata?
H.B.: «non credo di essermi allontanata da quanto fatto finora, ho recitato parti molto diverse tra loro, fa parte della mia carriera ventennale. Quello che mi piace nel lavoro di attrice è la possibilità di cambiare pelle».

– La scena della comprensione del lutto è stata particolarmente ardua?
H.B.: «molto spesso le scene madri non sono le più difficili. É stata più complicata quella in cui Audrey dice a Jerry che a morire doveva essere lui. C’era bisogno di durezza, e nel modo giusto. La scena emotiva invece era scritta molto bene, ed era già pronta, mentre le altre non avevo idea di come sarebbero state».

– Un Oscar cambia la vita?
H.B.: «no, a parte l’apice in cui si spera e che si raggiunge. É un evento che non si può ripetere e non sarà superato. E non porta occasioni di lavoro migliori, il cinema è un’industria molto competitiva, bisogna combattere duramente».

– Le è capitata l’occasione di lavorare in Italia?
Halle Berry: «mi piacerebbe molto. Ho già detto che mi piacerebbe lavorare con Gabriele Muccino, salterei di gioia. Ci ho parlato, ma su niente di specifico. Ha talento, e lo volevo conoscere, tutto qui».

Federico Raponi

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