RIZE (recensione, Zabriskie point)

archivio pubblicazioni

recensione del documentario RIZE di David LaChapelle (USA/UK, 2005)

ZaBrisKIe pOInt, ottobre 2006

Le vivaci sottoculture giovanili dei ghetti metropolitani statunitensi sono una continua fucina di fenomeni.
Uno di questi è l’acrobatico ballo di strada chiamato “krump”.
A farlo conoscere attraverso il cinema ci ha pensato il noto fotografo americano David LaChapelle (che già gli aveva dedicato il corto ‘krumped’) con il documentario musicale ‘Rize’, suo debutto nel lungometraggio.
Il primo incarico professionale LaChapelle lo ottenne – per la rivista ‘Interview’ – dal padre della Pop Art, Andy Warhol.
Attivo in diversi campi, dalle riviste più prestigiose alla pubblicità (come quella istituzionale “declare yourself” che invitava i cittadini ad andare a votare), l’artista ha immortalato le maggiori “star”, sia del mondo musicale “pop” che hollywoodiano, e ultimamente si sta dedicando soprattutto ai “videoclip”.
Le sue opere sono caratterizzate da spiccato cromatismo e ardite commistioni (vedi la ‘Marilyn’ di Warhol con i tratti da afroamericana, o l’ultima cena con Cristo circondato da moderni apostoli di strada, per lo più neri).

Il soggetto di Rize lo ha scoperto girando un video musicale a Los Angeles, quando un amico gli disse di andare ad assistere assolutamente a questo ballo a South Central. Appena lo vide, prese la decisione istintiva di riprenderlo.
South Central è un quartiere nero tristemente noto per la violenza, e infatti il film si apre con le immagini di rivolte (Watt del ’65 e Rodney King del ’92).
Tra droga, sparatorie, furti, alcol e disinteresse dei genitori, l’alternativa per i “figli delle fogne” sono le “gang” da una parte, lo sport e la danza dall’altra.
Il “krump” è nato qui, e l’origine è riconducibile a Thomas Johnson, detto Tommy the Clown.
«Sono sempre stato un esibizionista», confida l’uomo davanti alla macchina da presa. «Da ragazzo ne combinavo di tutti i colori, spacciavo, e, grazie al cielo, sono finito in galera. Lì ho deciso di cambiare. La gente mi credeva mezzo matto, poi una ragazza mi chiese di vestirmi da pagliaccio per la sua festa. È cosi che ho cominciato».
Era il 1992, e Tommy mise su una vera e propria “academy”, controllando che i ragazzi andassero a scuola, tenendoli lontano dai guai e sgridandoli proprio come un padre. Divenne così l’idolo del ghetto.
Ma in cosa consiste il krump? È un’evoluzione dello stile “hip-hop”, una fusione tra la stripper dance – dai marcati rimandi sessuali – e movimenti frenetici (“le immagini non sono state accelerate” specificano i titoli di testa) che mimano la lotta, con corpi trattenuti o percossi, e come in preda a convulsioni epilettiche.
L’effetto è catartico, a volte addirittura si piange o si viene portati via a braccia («è un flusso di energia, l’esplosione di tutti i pensieri che hai in testa, lo sfogo della rabbia accumulata che diventa arte», spiega uno dei ragazzi).
Nella giungla d’asfalto, tale neotribalismo prevede il dipingersi il volto, il riunirsi in gruppi, l’incontrare in “battles” (sfide danzanti) esponenti di altre varianti di uno stile in quotidiana trasformazione.
Immersosi in quella realtà, LaChapelle ha raccolto interviste, evidenziato il creativo convogliare di pulsioni, individuato – inserendo immagini d’archivio della regista Leni Riefenstahl – un preciso parallelo con i riti arcaici africani quali inconsapevoli radici, e, dopo due anni e mezzo di lavorazione, ci consegna uno studio sociologico sul campo, artisticamente affascinato.

Federico Raponi

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...