Moni Ovadia, PRIMA GLI ULTIMI – EBREI E ROM @ Teatro Torlonia

PRIMA GLI ULTIMI – EBREI E ROM

di e con Moni Ovadia
fisarmonica: Albert Florian Mihai

(Roma – Teatro Torlonia, mercoledì 15 maggio 2019 @ rassegna ‘nostra patria è il mondo intero’ – Circolo Gianni Bosio)

info https://www.facebook.com/events/352659938928297/

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intervista a MONI OVADIA, autore/interprete dello spettacolo ‘senza confini – ebrei e zingari’

Liberazione, martedì 8 giugno 2010, pg.3

Dalla parte della libertà dei popoli nomadi.
E, di conseguenza, dei perseguitati storici.
Al Festival di teatro politico ‘Metamorfosi’ (Cascina – San Giuliano Terme), Moni Ovadia ha portato il suo ‘senza confini – ebrei e zingari’, un recital che lo vede impegnato in veste di lettore, cantante e oratore accompagnato da eccellenti musicisti Rom di varia provenienza, che reinterpretano brani della tradizione.

La scelta di un gruppo variegato proprio come primo antidoto al razzismo, dal quale l’artista prende le mosse per poi parlare subito di ciò che in questo difficile momento gli preme. Controcorrente e con lucidità.
«Il mio spettacolo – ha spiegato Ovadia ai microfoni di Radio Zolfo, che dal festival quotidianamente offriva spazio a interviste, mini-concerti e presentazioni – parte dagli ebrei, per lasciarli subito. Io sono ebreo, ma gli ebrei sono entrati nel salotto buono dei vincitori. Vengono coccolati e vezzeggiati dagli stessi che perseguitano i Rom, i Sinti, i musulmani, gli arabi. Una parte importante del mondo ebraico ha imboccato la scelta nazionalista. Abbiamo visto proprio in questi giorni dove questo porta e, quando è mescolato al fanatismo religioso, diventa una devastazione. Naturalmente, non tutti in Israele sono così, ma i governi succedutisi dopo Rabin, nessuno escluso, insieme all'”establishment” militare, sono stati tutti così: ambigui, cavalcando non la carta del dialogo e del riconoscimento, ma la logica della forza».

Il dramma, secondo l’artista, non riguarda solo gli ebrei d’Israele, e conduce ad un pericoloso vicolo cieco.
«Purtroppo – prosegue infatti – anche una parte delle comunità della diaspora si sono appiattite a questa logica, sempre con un’ossessione che, naturalmente, ha le sue ragioni: non è toccato a molti popoli aver rischiato l’estinzione. É toccato, appunto, ai Rom e agli ebrei. Tuttavia, quando una legittima rivendicazione, invece di costruire giustizia per tutti e la fine del razzismo, costituisce un’ossessione nazionalista, un delirio del confine, e quando al dio della sicurezza si paga il tributo di tenere in una prigione a cielo aperto un altro popolo, vuol dire che c’è una deriva».

Certo, non si tratta di pensiero unico, ma – anche in Italia – c’è chi cavalca la situazione per calcoli politici.
«Io, proprio perchè non sono razzista, del mondo ebraico non faccio di tutta l’erba un fascio. Ci sono varie forze che si confrontano e si oppongono, però, in questo momento, fare i carini con gli ebrei è una delle cose più convenienti per il mondo Occidentale. Tutti vanno a fare il pellegrinaggio con lo zucchetto, un’operazione che è una vera e propria porcheria. Esponenti delle nostre istituzioni escono dal lager di Auschwitz e fanno un’affermazione che considero da mascalzoni: “mi sento israeliano”. Ma guarda un po’! Non dicono neanche ebreo, o Rom, Sinti, antifascista, omosessuale, Testimone di Geova».

La memoria della tragedia ha, infatti, confini ben più vasti.
«Io ricordo – riprende Ovadia – proprio perchè sono ebreo, che gli sterminati nei lager nazisti sono stati 13 milioni. 7 non erano ebrei. Allora, capisco che molti ebrei siano andati in Israele a ricostruire le loro vite dopo la catastrofe, e che una parte della titolarità spetti anche alla società israeliana, ma non quella di tutti gli altri che hanno sofferto atrocemente, e vanno rispettati e onorati».

Il discorso, quindi, si allarga, proprio per individuare strumentali ambiguità.
«Il razzismo di oggi fa questi giochini, ero a una trasmissione e ho sentito dire da un politico: “non sono razzista, perchè sono iscritto all’associazione Italia-Israele dall’età di 18 anni”. Io sono scoppiato a ridere. Sembra che gli ebrei siano diventati un certificato di buona condotta. Voglio vedere come queste persone trattano gli africani, i musulmani, gli arabi, i palestinesi. É lì che vedo quali sono i veri sentimenti nei confronti dell’ebreo. Quello è un atteggiamento usato proprio per intorbidire le acque, il razzismo è molto insinuante, e assume forme diverse».

Di fronte a questo, la presa di posizione dell’artista è molto chiara.
«Io – conclude – ho deciso di alzare la voce e fregarmene di tutti gli insulti che ricevo, da ebreo antisemita a nemico del popolo ebraico. Sui Rom e i Sinti si vomitano ancora le stesse calunnie che si sentivano dire contro gli ebrei. Dobbiamo vigilare, combattere, denunciare costantemente. Io ho scelto il teatro, perchè è una passione, e lo faccio sempre: la politica, la lotta, si fa ogni secondo che esisti su questa Terra».

Federico Raponi

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