i 60 ANNI di RADIO 3 (Liberazione)

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intervista al direttore Marino Sinibaldi per i 60 ANNI di RADIO 3

Liberazione, giovedì 7 ottobre 2010, pg.9

Bellezza e Cultura, in forme differenti e per tutti.
Radio3 celebra i suoi 60 anni con mostre fotografiche, concerti, radiodrammi, una giornata di studio e ospiti come attori, musicisti, scrittori.
In più luoghi, e fino al 9 novembre.
Ne parliamo con il direttore, Marino Sinibaldi.

– Su cosa avete voluto puntare per questa ricorrenza?
«Intanto su un elemento di festa, com’è stata la nascita di Radio3, un’idea importante sul ruolo del servizio pubblico nella diffusione della cultura di qualità. Quel momento fu anche un audace investimento sul futuro, perchè nel 1950 non esisteva un pubblico, il Paese aveva iniziato la sua ricostruzione e non c’erano ancora industrializzazione, miracolo economico, scuola di massa, rivoluzione dei consumi, compresi quelli culturali. Una scommessa vinta, che resta attuale, necessaria e difficile».

– Cosa ha caratterizzato Radio3 in questi 60 anni?
«Due elementi rappresentano la sua vocazione originaria: uno è l’idea che la cultura dovesse superare i limiti di classe, l’altro è che questo non volesse dire abbassarne il livello. Si trattava di non cadere nella logica – ancora oggi dominante – di dare la stessa merce a tutti, visti come uguali, ma di proporre un’offerta ampia e differenziata a ciascuno. A metà degli anni ’70, con la direzione di Enzo Forcella, si è poi introdotta con forza un’altra sfida, legata alla contemporaneità, cioè mettere il contenuto di bellezza e intelligenza di Radio3 a confronto con il suo tempo, portare quell’altezza dentro i problemi, le contraddizioni e i conflitti della quotidianità, non in una zona di evasione. Una specie di corto circuito, continuo e fecondo. In questo periodo segnato da crisi economica e di valori, il non fare della cultura un qualcosa di astratto, che si volta dall’atra parte, è una frizione che abbiamo sentito positiva, perchè evita che quanto facciamo appaia solo consolatorio».

– Quale continuità ha la sua direzione, e che cambiamenti ha apportato?
«Quel percorso è parte della mia cultura, io prima sono stato ascoltatore, e poi a Radio3 ho fatto di tutto, dal collaboratore più periferico fino al direttore. Mi sento molto anche figlio suo, insieme alla scuola di massa e alla partecipazione politica è le tre cose che mi hanno formato. Secondo me esistono comunque due problemi: uno è di linguaggi, che rischiano sempre di precipitare nel gergo autoreferenziale delle sette degli iniziati. Molto lavoro consiste nel portarli dentro il nostro tempo, evitare che cadano sia nella banalità, e quindi omologazione, sia nell’opposto eccesso di specialismo».

– E il secondo?
«Altro punto importante è che, tecnologicamente, sono molto cresciute le forme della partecipazione: attraverso SMS, e-mail, facebook, i nostri siti Internet, è più diretta. E’ anche cresciuta la competanza degli ascoltatori, la loro passione e capacità di intervenire. L’altra sfida, allora, è tramutare l’affetto in partecipazione, ad esempio è nato il programma ‘tutta la città ne parla’, che, raccogliendo la telefonata più interessante degli ascoltatori a ‘prima pagina’, dopo un’ora ci fa una trasmissione sopra. Quindi, diamo addirittura la direzione del palinsesto mattutino al nostro pubblico, che non rappresenta solo una sponda: gli affidiamo proprio un ruolo da protagonista. E non è populismo, perchè proponiamo letture molto competenti e colte al problema che solleva».

– Avete scommesso anche sui radiodrammi, una storia gloriosa che siete tra i pochi ancora a proporre.
«La lingua si è impoverita, e tutti i media parlano la stessa. Noi siamo differenti anche in questo tentativo di riaprire a linguaggi altri, il che vuol dire tempi, grammatiche e attenzione diversi. Mi piace una radio in cui linguaggi e ritmi cambiano, facendoti stare sempre un po’ all’erta. In questo, la narrazione teatrale è molto importante, e per ora abbiamo pensato a un ciclo di 4 radiodrammi sul tema della radio (a partire dal 26 ottobre, ndr). É un riaprire anche alla qualità. Del resto, gran parte della radio la facciamo in diretta, che è il tempo dell’invenzione linguistica e del teatro, forzando i limiti della contemporaneità con un tempo dilatato, proprio ora che nella società sta diventando stretto e compatto».

– Nella continua rincorsa tecnologica, nonostante la proliferazione dei mezzi di comunicazione, la radio resta attuale?
«Ti accompagna, e puoi ridurla in piccoli frammenti. É questa leggerezza la sua forza. É uno strumento di tendenziale onnipresenza, ma la sua compagnia non è mai autoritaria, troppo gerarchica, i nostri contenuti vengono proposti in un modo molto collettivo».

Federico Raponi

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