THIS IS MY LAND… HEBRON @ Cinema Farnese

THIS IS MY LAND… HEBRON (I, 2010) di Giulia Amati e Stephen Natanson

(Roma – Cinema Farnese, mercoledì 06 marzo 2019)

info http://www.assopacepalestina.org/2019/02/roma-4-e-6-marzo-campagna-open-shuhada-street/

intervista ai registi Giulia Amati e Stephen Natanson
(Terra, mercoledì 13 aprile 2011, pg.13)

Al centro del conflitto israelo-palestinese, dando voce a tre parti in campo per suggerire una via d’uscita alla contrapposizione bilaterale.
Un approccio e un risultato, questi, che hanno portato Giulia Amati e Stephen Natanson a vincere il ‘Festival dei Popoli’ con il documentario ‘thisis my land… Hebron’, «città che è un caso a sé, emblematico – ci spiega Amati – di quello che sta avvenendo da anni nei territori occupati: ci abitano 150mila palestinesi, 400 coloni ebrei e duemila soldati. Io ero andata lì con un progetto dell’UE per insegnare “filmmaking” nella parte moderna, palestinese, dove la maggior parte della popolazione proviene dal centro storico, in cui sono insediati i coloni dentro 4-5 edifici, diventato invivibile».

Tra le immagini più forti e significative, fanno particolarmente effetto quelle di alunne palestinesi scortate dai soldati israeliani per proteggerle dal lancio di pietre dei “settlers” ebrei lungo il tragitto verso la ‘Cordoba School’, nel centro storico.
«La strada principale che conduce lì è, in gergo militare, “sterilizzata”: alla cittadinanza palestinese non è permesso camminare, guidare o aprire negozi, quindi le giovani sono costrette a passare in un sentiero dissestato in mezzo ai campi. Quotidianamente, i figli dei coloni le aggrediscono, tirandogli contro sassate e uova, e per garantirne l’incolumità ci sono anche vari volontari di organizzazioni internazionali».

A partire da una situazione-limite, quindi, la voglia di raccontarla attraverso più punti di vista.
«Arrivati massimo 40 anni fa dall’Europa e soprattutto dall’America, i settlers – rivela Natanson – sono convinti che quella sia la terra promessa, come scritto nella Bibbia, appartenente a loro e non a chi ci ha vissuto negli ultimi 3-4 mila anni».

«Da parte sua, la popolazionne palestinese – riprende la regista – resiste passivamente, perché la possibilità di avere un ruolo attivo è estremamente ristretta. Decidere di restare, al limite della visibilità, è già uno sforzo enorme, considerando che è difficile lavorare, anche per i continui coprifuochi, è difficile andare a scuola, è difficile per un padre mantenere la dignità di fronte al proprio figlio a causa dei trattamenti subìti ai “check point”».

L’ulteriore, e principale prospettiva, è invece quella di Yehuda Shaul, ex-militare israeliano che dopo aver prestato servizio ad Hebron per molto tempo ha poi fondato l’associazione ‘breaking the silence’, la quale raccoglie testimonianze di commilitoni che come lui hanno vissuto un processo di elaborazione del trauma subito.

«Nel documentario, il dibattito e lo scontro – conclude Amati – non avvengono soltanto tra palestinesi e coloni ebrei, ma anche all’interno della società israeliana. Yehuda, visto dai settlers come traditore della patria, viene insultato e rischia la vita tutti i giorni portando delegazioni in città per mostrare quanto avviene».

Federico Raponi

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