ELIO GERMANO – ”na mano sur core’ per Radio Onda Rossa (intervista)

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intervista all’attore ELIO GERMANO, in scena nell’evento ”na mano sur core’ per Radio Onda Rossa

Terra, giovedì 14 ottobre 2010, pg.13

Tra rap e recitazione, Elio Germano differenzia sia le forme espressive che l’intervento sociale. Domani sarà sul palco a Roma (allo Strike S.P.A.) in una serata di letture e musica – tra gli ospiti anche Jonny Palomba – a sostegno di Radio Onda Rossa, storica emittente libera.

– Il gruppo hip hop Bestierare, lo spettacolo ‘Verona caput fasci’, la rassegna cinematografica ‘Mala Distribution’, l’associazione Artisti 7607: in che direzione va la continuità del suo impegno?
«Seguo la spontaneità del sentirsi cittadini, e quindi impegnarsi, perché penso che compito di ciascuno sia il partecipare alla vita civile e sociale – secondo il proprio mestiere e capacità – per cercare di migliorare le cose. Per quanto mi riguarda, è finita l’epoca della delega, e quindi, al di là del fatto che è giusto, sento proprio l’esigenza di smettere di lamentarsi, o cercare altrove, ma di cominciare a fare».

– Cosa rappresenta per lei, umanamente e professionalmente, il ritorno a teatro – con il monologo ‘Thom Pain’ – dopo il successo cinematografico?
«Sono un attore di teatro, prima ho fatto la scuola e poi ho cominciato a lavorarci. Però, è una carriera che passa per le grandi compagnie, e mi hanno sempre spaventato le tournée infinite, magari con due battute a sera, perché all’inizio interpreti personaggi minori. Quando mi hanno offerto la possibilità di fare cinema, e poi televisione, economicamente voleva dire guadagnare in 2 giorni l’equivalente di 3 mesi di tournèe. E poi del cinema me ne sono innamorato, perchè l’ho trovato più adatto alla mia modalità, mi ci trovo molto bene, e continuo ad impararlo. Sento, però, che la mia formazione è un’altra, e il teatro ho sempre avuto voglia di continuare a farlo. Adesso, mi posso permettere un monologo, 3-4 anni fa non avrei trovato produzione, distribuzione, né – soprattutto – pubblico. Le “piece” formali non mi interessano, il testo che mi è stato proposto mi piaceva molto, ed è uno di quelli che puoi fare solo a teatro. E, pure da spettatore, cerco qualcosa che rompa le dinamiche di appiattimento che trovo in televisione, e anche quella distanza: il teatro è bello come idea di condivisione».

– Lei sostiene la funzione critica dell’Arte, la ritrova – e con quali differenze – nel cinema e nel teatro?
«Culturalmente siamo talmente appiattiti che ormai servirebbero proprio elettroshock, iniezioni, schiaffi per svegliare. Ci vuole, innanzitutto, una diversità da quell’omologazione che dà sicurezza, per cui un produttore investe solo su quanto ha già funzionato, e quindi poi in giro si trovano tutti spettacoli uguali. Già sarebbe utile qualcosa un pochino perturbante, e chi prende una strada “ostinata e contraria”, come diceva De Andrè, con tutti i suoi errori, fragilità e imperfezioni, diventa fondamentale. Ci sono grandissimi esempi di cinema e teatro civile in cui, spesso, si sopperisce alle mancanze forti e strutturali dell’informazione, alcune cose ce le raccontano gli attori comici piuttosto che i giornalisti. Anch’io ho fatto lo spettacolo ‘Verona caput fasci’ perché ho sentito su Radio Onda Rossa che si parlava di omofobia istituzionale. Nessuno lo sapeva, e allora, mi sono detto: “raccontiamolo”. Mi hanno invitato in televisione per parlarne, e mi sono rifiutato chiedendo: “perché non siete voi a farlo e passate per me, montando la storia dell’attore, per dare un’etichetta pure a me, e quindi evitare – ancora una volta – di parlare dell’argomento, mischiandolo con altro?”».

– Parteciperà a una serata per quella stessa radio. Che peso ha, per lei, la questione della libera informazione?
«Le notizie ci arrivano da testate che hanno alle spalle editori molto forti, a cui devono rendere conto. Il giornalismo, per come lo si intendeva una volta, non esiste più, ad esempio le recensioni sono in realtà spazi pubblicitari comprati dagli uffici stampa, i giornali sembrano cataloghi postali. E’ un’ottica che – con il mio gruppo musicale Bestierare – abbiamo sempre rifiutato, anche come attore non ho mai avuto un ufficio stampa. Tutto ciò che nasce dal basso, senza passare per qualcuno che dà i soldi, ha più qualità».

Federico Raponi

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