‘ANTROPOLIS – RITRATTI DI ROBOT’ (Tommaso Ragnisco)

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presentazione della mostra ‘ANTROPOLIS – RITRATTI DI ROBOT‘ di Tommaso Ragnisco, ottobre 2009

“Design” e fantascienza, in un connubio qualitativo.
Immerso tra gli effetti speciali dai 13 ai 18 anni, Tommaso Ragnisco ha metabolizzato la fantascienza statunitense e Hans Ruedi Giger a partire dalle icone più classiche del genere: l’astronave e il robot.
Allargando il campo, con la volontà estetica di comporre e combinare elementi, percepisce la fantascienza del Rinascimento; del quale ama soprattutto la pittura italiana, più fresca e leggera. Piero della Francesca, con i suoi profili perfetti e l’uso della luce, il Pollaiolo e, chiaramente, Leonardo. Oppure Jan Van Eyck e i fiamminghi, dalle tele quasi in HD. Anzi, su pellicola.

Nel 1995, Ragnisco dà bidimensionalità a una visione: il bozzetto del busto di un essere, metà uomo metà ingranaggio, su fondale nero.
E’ il primo “Robioide”, fusione di carne e metallo.
Perchè un ritratto?
Intorno all’uomo ruota la Storia, per questo un volto è evocativo, e non si ferma ai suoi tratti.
Significa, pure, la cosa più emozionante da rappresentare, in qualità di contenitore, di sintesi di un vissuto.
Tommaso vede sè stesso, con un monitor, davanti a un soggetto nei panneggi – che i maestri rinascimentali sembravano aver cucito e confezionato – della brillantezza di Albrecht Dürer.
Traduce il prototipo anche in una scultura, come artigiano d’antica bottega, quando c’era meno specializzazione – che lui non considera propria dell’artista – e ci si dedicava, alternativamente: alla tavolozza, allo scalpello, alla fusione, al progetto architettonico.
Mentre girava intorno all’idea di un cortometraggio che sviluppasse il disegno, prosegue con altri ritratti, fossero anche utilizzabili “solo” come oggetti di scena.
Da Hans Holbein mutua le date poste al fianco dei busti, però con una lettura bidirezionale che rimarca l’unione di due epoche separate da secoli.
Passa molto tempo a guardare, per la scelta dei colori.
Aveva pensato alla luminosità dell’olio su rame di Carracci, ma il procedimento richiede molto tempo.
In questo, il computer gli è venuto in aiuto, utilissimo nella trasformazione alchemica che lo porta a quelli che definisce “oli digitali”.
Gioca sulla simulazione.
Ma, in fondo, la materia di un’opera non determina l’impatto iniziale dello sguardo, e di fronte a una scultura di Gian Lorenzo Bernini non pensi subito: «è di marmo».
Prima, con le matite, cerca l’equilibrio formale, la curva che gli parli e su cui focalizzarsi per trovare le sagome.
Il risultato viene, quindi, sottoposto a scansione e cromatizzato, tramite pixel.
Infine, la stampa su tela, dove gli stessi tocchi del “mouse” sono ripetuti col pennello, per passare butadiene e colori ad olio, definendo dettagli e piccole luci.
Di nuovo simulazione, utilizzata anche per le cornici: vorrebbe trovarle, e adeguare i dipinti al loro formato.
Come il committente, che si ritrovava uno spazio vuoto sulla parete e chiedeva al pittore un quadro delle stesse dimensioni.
Ragnisco vede nei propri personaggi qualcosa di molto riconoscibile, e al contempo di nuovo, nascosto.
Gli androidi sono qualcosa di diverso da noi, intelligenza artificiale e biomeccanica.
Loro unica parte umana è la bocca, intesa come mezzo di comunicazione.
Gli occhi invece – varco dell’anima e, perciò, prerogativa dell’umanità – tutt’al più possono essere le rosse spie tonde dell’Hal 9000 dell’odissea spaziale.
Questa galleria di teste costituisce una famiglia, con meccanismi di relazione, intreccio e una storia.
Seguendo un’ulteriore direzione, si aggiungono al gruppo un paio di disegni con un maggior livello d’astrazione e surrealismo. Pensati come oggetti, che, però, fanno parte dello stesso nucleo parentale, suoi accessori e pure accenno a un mondo che li contenga.

Questo universo vuole essere il grande schermo – dove già il provino per il “casting” è come un ritratto – sempre nell’ottica della simulazione, gancio che chiude il discorso.
Tommaso predilige il cinema retrò, ibridato con il teatro.
Lo sfondo delle grandi visioni alla ‘Metropolis’, con pochi elementi, maestosi, ben curati e “matte painting” che consentano rilassatezza dell’occhio e libertà d’interpretazione.
E in cui si muovano creature – come in ‘Alien’ o ‘E.T.’ – che suscitano empatia, e su cui è possibile concentrarsi.
Insomma, non l’orgia visiva del montaggio contemporaneo, affollato di vacue presenze, guidato e frenetico.
Per gli esterni, immagina architetture rinascimentali, cupole e dirigibili.
Non a caso, la prospettiva era il cinema dell’epoca e le chiese i multisala, mentre il Perugino su un muro poteva vedere una piazza. Ragnisco studia come quegli edifici, leggeri ma ben piantati nel suolo, possono galleggiare, raddoppiati specularmente, ruotati su un piano orizzontale. Ecco, allora, che parte di una sezione di S.Pietro diventa astronave.
La scena si stringe, quindi, su uno studio “daylight”, quasi una serra.
Il luogo di pace, equilibrio ed elaborazione necessari per concentrarsi, ed entrare in risonanza con l’opera.
Atmosfere molto curate, come nel ‘Barry Lyndon’ del metodico Stanley Kubrick.
Davanti al cavalletto, l’ultimo uomo di Antropolis, società delle macchine.
Sta ritraendo un “cyborg”.
I robot tengono da conto l’umano, e non lo impiegano nelle scienze, ma nell’Arte, proprio per la sua capacità di cogliere l’essenza della vita.

Federico Raponi

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