‘CHE GUEVARA – IL CORPO E IL MITO’

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presentazione del doc ‘CHE GUEVARA – IL CORPO E IL MITO‘ di Raffaele Brunetti e Stefano Missino (I, 2007)

Liberazione, sabato 6 ottobre 2007, pg.12

«Uccidendolo, voi lo avete reso immortale» disse. ai militari boliviani. un fotografo dilettante di la Higuera che fissò in uno scatto proibito il cadavere di Ernesto Rafael Guevara De la Serna, noto come “Che”.

Poi srotolò il rullino, danneggiandolo prima che lo facessero loro.

Aveva ragione: a 40 anni di distanza dall’esecuzione – il 9 ottobre 1967 – il guerrigliero latino-americano è simbolo universale di lotta all’ingiustizia e l’icona più venduta del XXI secolo.

Il documentario ‘Che Guevara – il corpo e il mito’ di Raffaele Brunetti e Stefano Missino, una co-produzione internazionale, indaga su quanto avvenne dopo la cattura del Che.

Le forze armate boliviane – coadiuvate da berretti verdi e CIA – mettono in atto tentennamenti, crudeltà e contraddizioni che rivelano la difficoltà a gestire l’evento.

In un primo momento, diffondono la notizia della sua morte a seguito delle ferite riportate in combattimento, ma lui è ancora vivo, prigioniero.

Poi, con un proiettile dietro l’altro, gli provocano un decesso lento e doloroso, per esporre quindi in una lavanderia la salma – come un trofeo tenuto con gli occhi aperti – e dimostrarne così l’identità e la sconfitta.

Le sue mani vengono tagliate e conservate in formalina, mentre il corpo, insieme ai cadaveri degli altri compagni, sparisce addirittura prima dell’arrivo sul luogo dell’allora presidente Barrientos.

L’esercito sostiene che l’uomo che lo ha ucciso – il tenente Mario Terán – è finito suicida l’anno successivo, e solo 30 anni dopo autorizza gli scavi per riportare alla luce i resti di quei nemici, salvo poi appoggiare il sindaco locale che ordina lo stop alle prime ricerche, durate un anno e mezzo. Questo lungo lasso di tempo – si sostiene nel video – è giustificato dal fatto che l’oblìo faceva comodo ad entrambi i blocchi contrapposti USA-URSS, almeno fino alla caduta del muro di Berlino.

Il Che, da fautore dell’alleanza con l’Unione Sovietica era passato ad una posizione critica verso la superpotenza russa, e in un discorso ad Algeri ne denunciò da una parte il ruolo di complicità nell’imperialismo, e, dall’altra, la vendita sia dei generi di prima necessità a prezzi di mercato che delle armi alle guerriglie (invece di fornirle).

Ma l’URSS era anche il principale “partner” commerciale di Cuba.

Così, questo rifiuto della “realpolitik” lo rende il sognatore che scelse di esportare la Rivoluzione con un pugno di uomini e poche munizioni.

In piena guerra fredda, anche in Italia la verità è stata seppellita: il documentario cita il caso del giornalista Roberto Savio, già fondatore dell’importante Interpress Service – agenzia sul terzo mondo, gestita da una cooperativa senza scopo di lucro – e oggi a capo del gruppo comunicazione del Forum Sociale Mondiale.

Savio, allora alla RAI, filma nel 1973 ‘inchiesta su un mito’, raccoglie 135 testimonianze e smentisce la versione ufficiale, intervistando – per la prima volta – Terán.

Individua l’ubicazione dei corpi dei ribelli.

Per la messa in onda TV del lavoro, erano state previste tre puntate da poco più di un’ora ciascuna. «Villy De Luca e Sergio Zavoli – ci racconta – l’hanno rimontato completamente, mostrando il Che come un pazzo».

Savio indice allora una conferenza stampa, in cui prende le distanze dall’operazione, e la RAI lo licenzia.

Tutto il girato è stato successivamente bruciato, compreso altro materiale sul ruolo statunitense. Savio e il suo montatore sono riusciti a salvarne solo una copia di lavorazione, in piccola parte utilizzata in ‘Che Guevara – il corpo e il mito’.

E in Bolivia, oggi?

La zona di Vallegrande resta povera, la lavanderia è diventata un monumento ricoperto di graffiti di pellegrini, i contadini da qualche anno in qua fanno dire messe in chiesa per il Che (prima era vietato) e pregano il loro Sant’Ernesto de la Higuera.

Federico Raponi

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