‘BORN INTO BROTHELS’ (conferenza stampa )

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conferenza stampa del doc ‘BORN INTO BROTHELS‘ di Zana Briski e Ross Kauffman (IND/USA, 2005)

Liberazione, giovedì 12 ottobre 2006 pg.10

Nel suo viaggiare, durante il 1995 l’obiettivo della fotografa Zana Briski (londinese residente a New York) si fissò sulla condizione femminile in India.

Non secondo una ragione logica o razionale, ma per empatia.

«Nulla di pianificato, avvertivo come una chiamata, tutto mi spingeva in quella direzione», ha raccontato lei stessa alla conferenza stampa di presentazione del suo lavoro ‘born into brothels’ (Oscar 2005 miglior documentario), da venerdì prossimo in una decina di sale italiane distribuito dalla Fandango.

La ricerca umana porta Zana Briski a Sonagachi, distretto a luci rosse di Calcutta, dove – dopo due anni di diffidenze – riesce ad affittare una stanza in un bordello.

Il primo contatto è con i figli e le figlie delle prostitute.

Gran parte dei padri sono drogati, spacciatori e venditori abusivi di alcol, si ubriacano e picchiano le mogli.

Tra caos e sporcizia, in alcuni casi incatenati, venduti, vittime di abusi sessuali, i bambini lavano piatti, pavimenti e fanno commissioni.

Il loro futuro è fatto di furti, matrimoni a 11 anni o, già col rossetto sulle labbra, prostituzione.

«Mi stavano sempre intorno, entusiasti», ha detto l’artista, «così ho deciso di insegnare loro a fare fotografie. Ho utilizzato la fotocamera per creare un legame, far parte della realtà circostante e comunicare al mondo quanto vedevo. Per entrare in contatto con loro, era però necessario un rapporto di rispetto e fiducia reciproca».

Per una decina di piccoli, Briski diventa così “zia” Zana.

In pullman e taxi, la giovane donna organizza gite allo zoo e al mare, incontrando continui ostacoli – soprattutto per far entrare i bambini nelle scuole – di carattere pregiudiziale e burocratico (gli istituti non sono disposti a prendere figli dei bordelli), ma anche affaristico (per “ritorsione”, una delle mamme morì bruciata dal protettore).

Trascorsi altri due anni in quest’avventura, Briski si improvvisa cameraman per realizzarne un film, coinvolgendo il fidanzato documentarista.

Per ottenere i soldi necessari a garantire una vita differente a quei ragazzini, “zia” Zana organizza mostre e vende le foto scattate dagli allievi (Amnesty International, ad esempio, le inserì in un calendario), riuscendo a farle giungere sino alla prima pagina del più importante quotidiano indiano, e a renderle protagoniste dei media televisivi.

Altalenanti, invece, i risultati concreti. Solo pochi piccoli vengono accettati dalle scuole, e, di questi, diversi vengono ritirati dopo pochi giorni dai genitori.

Però, come mostrano le immagini fuori fuoco di ‘born into brothels’, in movimento e sgranate, la ricchezza umana emersa è impagabile.

«La vita lì – ha continuato la fotografa – è estremamente dura, ma vera. Difficile poi tornare alla vita da classe media, che dopo un’esperienza del genere sembra finta. Per me, è stato un grande onore essere accettata, e condividere quella condizione, anche perché io me ne sarei potuta andare in qualunque momento, loro no».

A sostegno dell’iniziativa, Zana Briski ha dato vita in questi anni all’organizzazione no profit ‘kids with camera’, con sede a New York, attualmente impegnata in diverse zone (Gerusalemme, Haiti – con corsi per domestiche – e il Cairo, per i bambini delle discariche, a cui una pittrice insegna murales).

In questo contesto di impegno, il capitolo indiano «è un’istantanea, un attimo di un lungo progetto in cui mi sono impegnata», ha spiegato.

«Con i ragazzi di Calcutta sono in costante contatto, lì le cose cambiano continuamente. Molti proseguono la scuola, noi vendiamo le loro opere e i soldi vanno in un fondo di cui possono disporre. Da parte nostra hanno un costante appoggio, garantiamo un’assistenza medica e rispettiamo profondamente le loro scelte. Anche quelle difficili, come nel caso di una delle nostre giovani, che ora fa la prostituta. Io provo a soddisfare le richieste che mi fanno, senza prendere mai l’iniziativa, anche perché non so cosa sia meglio per loro. L’importante è che si sviluppino come esseri umani».

Chiudiamo ancora con le parole di Zana, per descrivere il senso più alto della sua esperienza: «dimostrare che anche una singola persona può fare la differenza».

Federico Raponi

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