‘L’ARIA SALATA’

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recensione del film ‘L’ARIA SALATA’ di Alessandro Angelini (I, 2006)

FilmUP, ottobre 2006

http://filmup.leonardo.it/lariasalata.htm

Un fratello e una sorella, molto uniti.

Il padre è in carcere, da vent’anni, per omicidio.

La madre è morta, da qualche anno, dopo aver portato i figli in un’altra città, allorquando l’uomo le disse che la famiglia doveva interrompere ogni rapporto con lui.

Il ragazzo fa l’educatore penitenziario per il reinserimento sociale di chi esce da dietro le sbarre, con la consapevolezza di poter incontrare, un giorno, l’odiato genitore.

Alcune azioni, nella vita, sopratutto quando hanno pesanti ripercussioni su altre persone, anche col passare degli anni entrano a far parte di un passato che accompagna nel presente.

Perchè il lutto permane, specialmente se – per alleviare il dolore – si vuole dare per morto chi è ancora vivo.

Perchè “l’aria salata” causa la ruggine.

Aiuto regista e autore di documentari (con ‘ragazzi del Ghana’ ha vinto il Torino Film Festival), Alessandro Angelini è all’esordio nel lungometraggio.

Ha fatto volontariato in carcere, e sa che per i detenuti è costante «il pensiero verso i famigliari, che, a modo loro, scontano anch’essi la condanna. Questo concetto è stata l’idea di partenza», dice l’autore. Che, infatti, rende gli esterni, notturni o plumbei, sotto una musica straniante, quasi una prosecuzione del penitenziario.
Insieme al cosceneggiatore Angelo Carbone, «per mesi – racconta ancora – abbiamo frequentato educatori, agenti di custodia, ex-detenuti, focalizzando l’attenzione verso gli stati d’animo, più che sugli aneddoti della vita in prigione».

E, nel film, la condizione interiore è lo strazio dell’irrimediabilità, in tutti i personaggi, ognuno dei quali ha cercato di affrontarlo a modo suo.

Molto del merito di questo clima sentimentale va all’attore Giorgio Colangeli (una lunga esperienza in teatro e, più recentemente, TV e cinema), un protagonista scontroso come chi sa di essere responsabile della propria rovina, e con lo spessore di sofferti trascorsi.

la frase: «so’ come ‘a ruzza, ‘ndo m’attacco, rovino (sono come la ruggine, dove mi attacco, rovino).

Federico Raponi

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