Riccardo Jacopino (‘40% – LE MANI LIBERE DEL DESTINO’)

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intervista a Riccardo Jacopino, regista del doc ‘40% – LE MANI LIBERE DEL DESTINO’ (I, 2010)

Terra, sabato 5 marzo 2011, pg.20

Il reinserimento sociale attraverso un impiego di pubblica utilità. Appoggiato dalla Piemonte Film Commission, inserito nel catalogo di Microcinema per la distribuzione in sale digitali, il film ‘40% – le mani libere del destino’ cita nel titolo «la quota di lavoratori cosiddetti “svantaggiati” – ci dice il regista, Riccardo Jacopino – della cooperativa Arcobaleno di Torino, una punta di eccellenza attiva nel settore dell’economia verde, nella raccolta della carta porta a porta e nel fotovoltaico».

Si tratta di “ex”, carcerati e tossicodipendenti, e nel film la maggior parte degli attori interpretano sè stessi.

La prima parte della sceneggiatura è una drammatizzazione di quello che succede davvero in carcere.

Jacopino è un documentarista, conosceva Arcobaleno da tempo e «da tanto si ragionava – così il cineasta ricostruisce la genesi dell’opera – su come raccontare un’esperienza di cui si fatica a riconoscere il valore sociale. La forma più adatta ci è sembrata il film, ma lo sceneggiatore non quagliava. Poi, secondo l’iniziativa di visitare esperienze analoghe in varie parti del mondo, c’era in programma un viaggio in Costa D’Avorio, dove è attivo un progetto del Gruppo Abele».

E quello è stato il momento decisivo.

«Nessun viaggio – ricorda – è mai stato più istruttivo, lì li ho conosciuti veramente. Sono persone che hanno vissuto esperienze dure, e quello che apprezzo molto di loro è l’ironia ruvida di chi non si aspetta nulla, sanno che dovranno guadagnarsi tutto, e quindi vanno al sodo, senza perdere tempo in sentimentalismi».

Da lì, il passaggio successivo.

«Ho avuto allora ben chiaro cosa scrivere, abbiamo lavorato su storie vere distillate e anche per questo abbiamo voluto come protagonista un attore, sul quale abbiamo cucito una storia tipica: ha avuto problemi con la legge e, uscito da una comunità di recupero, avviato ai servizi sociali, arriva alla cooperativa, dove trova una simpaticissima tribù variopinta di personaggi, e attraverso la squadra di calcio pian piano entra nel gruppo. Ma, quando il passato si riaffaccerà, saranno proprio i colleghi a tirarlo fuori dai guai. Durante la lavorazione tutti ci hanno regalato un pezzo di sé stessi, in maniera inaspettata e bella».

Così, il film ha raggiunto il suo scopo.

«Queste organizzazioni sono come delle camere di compensazione per chi ha perso il passo e vuole riprenderlo, non è automatico che uno che ha smesso di correre poi ricominci, ci vuole un periodo in cui si cammina insieme a qualcuno, a passo spedito perché nessuno ti fa sconti. Lì dentro – conclude Jacopino – c’è uno spirito che fa sì che un equilibrio difficile si realizzi, con un lavoro dignitoso».

Federico Raponi

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