Daniele Gaglianone (‘RUGGINE’)

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intervista a Daniele Gaglianone, regista del film ‘RUGGINE’ (I, 2011)

Terra, domenica 11 settembre 2011, pg.6

Una favola nera, quella messa in scena da Ruggine (nel cast Filippo Timi, Valerio Mastandrea, Stefano Accorsi, Valeria Solarino), titolo presentato alle Giornate degli Autori a Venezia, e ora nelle sale. Il film, su una vicenda di stupri e omicidi ai danni di bambine, è tratto dall’omonimo romanzo di Stefano Massaron, «un libro letto qualche anno fa, che mi ha colpito immediatamente – ci spiega il regista, Daniele Gaglianone – per due motivi, a partire dall’ambientazione nel quartiere periferico di una città del nord fine anni ‘70, dove protagonista è una banda di ragazzini nati altrove, che parlano un miscuglio di dialetti meridionali e italiano».

– Ragioni autobiografiche?

«A 5 anni, mi sono mosso verso Torino, con la famiglia. L’altro motivo per cui ho deciso di fare un film da questa storia è stato perché racconta di un incontro doloroso con il male. Come in tante fiabe nere, questo gruppo di bambini incontra l’orco, che se li vuole mangiare, e loro lo combattono».

– Assonanze con l’oggi?

«Un altro aspetto del film è la dimensione del presente, trent’anni dopo vediamo tre di loro colti nella propria quotidianità. Improvvisamente, in modi diversi, il fantasma del passato riemerge, in una giornata apparentemente tranquilla e pacificata. Credo che sia anche un film sul rapporto con il potere, su quanto costi decidere di combatterlo, e su cosa vuol dire perdere. Apparentemente, non si parla dei nostri giorni, ma io credo che nella storia si possa sentire qualcosa che – ahimè – ci appartiene in modo molto forte».

– Nel ruolo dell’orco, uno dei migliori attori italiani in circolazione, Filippo Timi, tra l’altro presente a Venezia con 4 film.

«Avevo bisogno di un attore dalla grande fisicità, che, senza muovere un muscolo, imponesse la propria presenza. Un’altra cosa che mi piace tanto, di Timi, è che riesce ad apparire in una dimensione atemporale, a volte non riesci a capire quanti anni abbia. Nel film è il “mostro”: così chiamiamo le persone quando vogliamo metterle lontano da noi, perché è troppo spaventoso pensare che, in fondo il male, lo compiono gli esseri umani. Il personaggio è molto complesso, era difficile affrontarlo, e con lui c’è sempre stata una grande sensazione di leggerezza nell’affrontare un tema così pesante, anche nei momenti più duri della storia».

– Una universalità fuori dal tempo, quella di argomenti come l’infanzia, la violenza, il rapporto con il potere.

«La violenza sui bambini è qualcosa di ancestrale, pensiamo anche solo alle mitologie, come quella di Saturno che si mangia i propri figli. E’ un aspetto che il film affronta, però senza sottolineare troppo gli aspetti che magari potevano essere rischiosi, cioè morbosi. La pedofilia è un po’ un simbolo del male assoluto: cosa può accadere di peggio a dei bambini? Forse la morte arriva al secondo posto. Da parte mia, fin dalla sceneggiatura, c’è stata l’esigenza di creare un distacco di sguardo, che ci preservasse da brutti e sbagliati scivoloni».

Federico Raponi

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