Alessandro Angelini (‘I FANTASMI DI PORTOPALO’)

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intervista ad Alessandro Angelini, regista del film TV ‘I FANTASMI DI PORTOPALO’ (I, 2017)

L’Opinione, sabato 18 febbraio 2017

http://www.opinione.it/media/1375486/18022017.pdf (pg.7)

http://www.opinione.it/cultura/2017/02/18/raponi_cultura-18-02.aspx

Un altro contributo a rompere la congiura del silenzio sui 283 migranti annegati nel siracusano, nel naufragio del 24 dicembre del 1996, viene dalla miniserie televisiva ‘i fantasmi di Portopalo’ (protagonisti, tra gli altri, Beppe Fiorello e Giuseppe Battiston), in onda su Rai Uno il 20 e 21 febbraio. Rivolgiamo alcune domande al regista, Alessandro Angelini, già autore dei pluripremiati film ‘l’aria salata’ e ‘alza la testa’.

– Quale è stato il punto di partenza?

«L’omonimo libro d’inchiesta di Giovanni Maria Bellu, cha racconta questa terribile storia: una nave carica di migranti asiatici si incontra con un’altra imbarcazione che deve portarli sulle coste della Sicilia. C’è mare in burrasca, piove, le due barche si scontrano e quella piccola finisce a fondo, causando la morte di tutte quelle persone. Le autorità, forse cercando nel posto sbagliato, non trovano nulla. Invece i pescatori, con le reti, tirano su un primo cadavere, chiamano la Guardia costiera e per le indagini viene sequestrato loro il peschereccio, che rappresenta l’unica possibilità di guadagnarsi da vivere».

– Allora cosa succede?

«Un tacito patto tra i pescatori, niente affatto risolto e sereno: qualora succedesse di nuovo, devono ributtare a mare i corpi. Per la loro sopravvivenza. Si crea un forte dibattito all’interno della comunità, qualcuno è contrario, qualcun altro invece fa notare che è la sola possibilità per continuare il loro mestiere. Un giorno, ormai con quella vicenda quasi alle spalle, uno di loro, Salvo Lupo, interpretato da Beppe Fiorello, ritrova un documento plastificato con la fotografia di un ragazzo che ha più o meno l’età di suo figlio, e decide che non può più tacere. Quindi si mette in contatto con un giornalista de “la Repubblica”, di cui veste i panni Giuseppe Battiston, e la storia poco a poco viene a galla».

– Oltre al libro, su quali fonti vi siete basati?

«Fortunatamente il pescatore Lupo e il giornalista Bellu sono due persone molto disponibili e aperte, quindi ci siamo nutriti dei loro racconti ed emozioni, ce le hanno trasmesse molto bene; il più grande premio è stato quello di poterli guardare negli occhi dopo l’anteprima delle due puntate, quando ci hanno detto che abbiamo restituito perfettamente quello che era il loro sentimento. Perciò, la prima ricerca è stata sul campo, con chi ha vissuto la storia, e poi ovviamente ci siamo basati su quello che racconta il libro rispetto al viaggio, perché non avevamo testimonianze dirette dei migranti, salvo poi vedere in Rete delle interviste dei pochi sopravvissuti al naufragio, sbarcati in Grecia».

– Dalla scrittura alla realizzazione, che chiave avete voluto dare al racconto?

«Di sicuro quella del realismo, perché è una vicenda che andava raccontata dal punto di vista umano. È vero che si parla di un naufragio, quindi anche di scene piuttosto difficili da realizzare, in qualche modo – mi sia permesso il termine – “spettacolari”, però il nostro punto di riferimento sono state le emozioni, le sensazioni. Se ci fossimo lasciati andare sull’aspetto più cinematografico, di messa in scena, avremmo tradito il senso della storia. E comunque, per quanto sia una tragedia, mi piace vederla anche come una vicenda che racconta di sentimenti molto umani e positivi come il coraggio di denunciare e la speranza di una via migliore».

– Rispetto al cast?

«Abbiamo avuto la fortuna di trovare Beppe Fiorello in grande stato di grazia, molto motivato, è stato un po’ lui il motore di tutto, e secondo me è riuscito a restituire con esattezza e precisione i tormenti di un uomo di fronte a una scelta di questo tipo, cioè tradire la società in cui vive, i suoi amici, e fare la cosa giusta. E poi Giuseppe Battiston è mostruoso, riesce con pochi tratti a dare molta profondità e umanità a un personaggio che altrimenti sarebbe stato solo al servizio della storia. In Sicilia abbiamo trovato un nutrito gruppo di interpreti più o meno poco conosciuti, Roberta Caronia in testa, un’attrice di Palermo che ha fatto teatro ed è stata bravissima nell’interpretare il ruolo della moglie del pescatore, e poi Domenico Centamore, uno di quelli che hanno contribuito a dare forte realismo alla vicenda. È stato un lavoro molto intenso, perché quando c’è di mezzo il mare bisogna scartare tutti gli orpelli e andare al sodo della narrazione, e quindi il fatto di poterci poggiare sul dialetto e la gestualità ci ha molto agevolati».

– Cosa ci dicono questi fantasmi?

«Le cose non accadono semplicemente, ma su di esse dobbiamo riflettere, bisogna tornare a vedere un altro essere umano nelle persone che arrivano, non solo un problema o mettere avanti la paura. È necessario capire che, se una persona ha affrontato un viaggio del genere, scappava da qualcosa di veramente terribile. Credo che nessuno di noi voglia mai vedere il proprio figlio su una nave che affronta il mare – e tutto quell’inferno che deve essere il viaggio dai deserti, da Paesi dove spesso c’è la guerra, dove la vita umana vale molto poco – se non ci sia qualcosa di importante come la possibilità del sogno, di un’esistenza degna».

Federico Raponi

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