SIMONE CRISTICCHI (‘il secondo figlio di Dio – vita, morte e miracoli di David Lazzaretti’)

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intervista all’autore/attore SIMONE CRISTICCHI sul suo spettacolo ‘il secondo figlio di Dio – vita, morte e miracoli di David Lazzaretti’

L’Opinione, mercoledì 15 febbraio 2017, pg.7

http://www.opinione.it/media/1375369/15022017.pdf (pg.7)

http://www.opinione.it/cultura/2017/02/15/raponi_cultura-15-02.aspx

L’antico vulcano grossetano, il Monte Amiata, è una solida presenza nel percorso del cantautore, scrittore e attore Simone Cristicchi. Anni fa, infatti, il poliedrico artista si è accompagnato in tournée con il Coro dei Minatori di Santa Fiora, e ora sta girando l’Italia con uno spettacolo sulla celebre personalità dell’Antiappennino toscano: “Il secondo figlio di Dio – vita, morte e miracoli di David Lazzaretti” (al Teatro Vittoria di Roma dal 16 al 26 febbraio). Cerchiamo di saperne di più dallo stesso Cristicchi, che ne è autore insieme a Manfredi Rutelli.

– Qual’è stata la vicenda di Lazzaretti?

«Quella di un uomo che si è sentito in dovere di portare a termine la missione lasciata in sospeso da Gesù Cristo. È un personaggio discusso, che ha diviso i pareri degli studiosi e comunque è stato molto sminuito dalle letture storiografiche».

– Cosa l’ha attratto di quell’esperienza?

«La sua storia è affascinante, innanzitutto per le sue istanze sociali: inventò una sorta di socialismo “ante litteram”, che si rifaceva alle prime comunità cristiane, con una società basata sui cardini fondamentali di uguaglianza, solidarietà, istruzione, e il tentativo di elevare la spiritualità attraverso il lavoro e la vita in comune. Quindi, il primo elemento che salta all’occhio è questa “visione” del mondo, rivoluzionaria per l’epoca. Infatti subì una persecuzione da parte del neonato Stato italiano che lo processò a Siena e a Perugia, dove fu assolto con formula piena. In secondo luogo mi ha affascinato la sua teologia, con un pensiero che probabilmente si rifà allo gnosticismo dei cristiani delle origini, che ponevano al centro di tutto la divinità interiore e furono sterminati come eretici. Questo è l’aspetto che lo inimicò anche alla Chiesa, che in un primo tempo lo aveva invece sostenuto e protetto».

– Come funzionava la comunità, e che seguito aveva?

«Si calcola che furono tra le tre e le cinquemila le persone che vissero nella “Società delle Famiglie Cristiane” da lui fondata. Ognuno metteva a disposizione degli altri il proprio lavoro, gli arnesi, il bestiame, gli appezzamenti di terreno, e il ricavato si divideva in parti uguali. Si dice che per la prima volta in Europa fu inventata una cooperativa sociale con annessa cassa di mutuo soccorso, in particolare per l’assistenza delle persone svantaggiate, come orfani, vedove e ammalati. E poi vigeva il suffragio universale: le donne dovevano essere elette nei più alti incarichi di responsabilità, e partecipavano attivamente all’organizzazione».

– Su di lui esiste una vasta bibliografia, è stato oggetto di studio di intellettuali e scrittori importanti come Antonio Gramsci, Lev Tolstoj, Giovanni Pascoli.

«È conosciuto solo da una élite di studiosi; sto portando lo spettacolo in tutta Italia e mi accorgo che le persone invece lo ignorano, restando poi molto colpite dalla sua storia. Quindi, questa è un’opera prima di tutto di divulgazione; cerco di ridare dignità al personaggio all’interno della storia italiana. Il colpo di proiettile del bersagliere Antonio Pellegrini che pose fine alla sua vicenda, nel 1878, divenne un caso nazionale perché andò su tutti i giornali, l’uccisione del profeta dell’Amiata ebbe un’enorme risonanza».

– Che ricordo ne mantiene la sua terra?

«Sicuramente ha lasciato un solco profondo nella storia del territorio del Monte Amiata, dove si è svolta la sua storia. Tutt’oggi viene considerato una sorta di santo, anche se fu scomunicato dalla Chiesa nel 1878, quando subì un processo al Tribunale del Sant’Uffizio. Nel 1978 gli venne data un’onorificenza del Comune di Arcidosso: gli è stato intitolato il Centro Studi Padre Ernesto Balducci e in un piccolo museo nel castello del paese sono esposte le sue reliquie».

– Come ha pensato la messinscena?

«Un monologo, contrappuntato da brani musicali e sottofondi. È molto presente la registrazione del Coro Ensemble Magnificat di Caravaggio, col quale in alcuni momenti c’è un botta e risposta, e che canta pezzi sia di carattere popolare, sia che rimandano alla musicalità gregoriana. Sul palco c’è anche un grande carro ottocentesco – Lazzaretti era un barrocciaio – in continua trasformazione: durante il racconto lo modifico, aggiungo pezzi e ne tolgo altri; è la scenografia di ogni capitolo, in cui diventa chiesa, grotta, pulpito, scranno papale, come metafora dell’esistenza di quest’uomo, che è stata comunque un viaggio molto avventuroso, per certi versi straordinario».

– Perché quel “miracoli” nel titolo?

«Lazzaretti ha trasformato l’indifferenza in partecipazione, il più grande miracolo che poteva fare secondo me era questo, e c’è riuscito, perché dalle testimonianze nei documenti risulta che chiunque abbia toccato con mano quell’esperienza poi è cambiato profondamente. Gli stessi seguaci non solo impararono a leggere e scrivere, ma sono diventati artisti: poeti, scrittori, pittori, e il vero cambiamento credo che sia stato proprio nella loro coscienza. Ci sarebbe tutta un’altra storia da scrivere su di essi, che poi mantennero viva la scintilla e soprattutto conservarono l’archivio, che oggi è una miniera preziosissima».

Federico Raponi

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