Mario Monicelli (‘VICINO AL COLOSSEO… C’E’ MONTI’)

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intervista a Mario Monicelli, regista del doc ‘VICINO AL COLOSSEO… C’E’ MONTI’ (I, 2008)

FilmUP, settembre 2008

http://filmup.leonardo.it/speciale/mariomonicelli_vicinoalcolosseocemonti/int01.htm

Classe 1915, Mario Monicelli, dopo il film ‘le rose del deserto’, torna dietro la macchina da presa con il breve documentario ‘vicino al Colosseo… c’è Monti’, presentato Fuori Concorso alla 65° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica.

– Allora, di nuovo a Venezia con un lavoro?

«L’hanno visto, è andato bene. Va beh, sai, tra i corti, Fuori Concorso…».

– Di cosa si tratta?

«E’ una cosa molto piccola, semplice. Accenni al volo di un rione di Roma. Il più antico, credo. Ho voluto prendere degli appunti, ma senza enfasi. Anzi, dandogli il tono che ha il rione, molto quotidiano, fatto di artigiani, botteghe, parecchie che non si conoscono, però molto curiose, vie solitarie percorse da passanti modesti, barbieri, e poi tintori. Insomma, dando soprattutto un’immagine senza forte sottolineatura. L’importante è che si capisca che è un ritrattino, fatto per accenni, senza approfondimenti».

– La tua è un’esperienza diretta, Monti è il tuo quartiere d’adozione…

«Ci vivo ormai da quasi 25 anni, e quindi lo conosco bene, sapevo varie cose, mi salutano tutti, conosco tutti. Sono molto inserito. E’ una di quelle cose che uno può raccontare, anche perchè le conosce bene, è conosciuto, e, quindi, gli viene voglia di farlo. Non è che si possa fare così, improvvisando».

– Cosa ti piace del rione?

«Beh, questa realtà nascosta, piccola, dove ci sono delle verità veramente quotidane, le ottobrate che si fanno quando viene l’autunno, i banchetti all’aperto, le feste di paese, la processione. Quelle cose che si erano dimenticate, che appartenevano a un’Italia prima della guerra, direi. E’ rimasto, qui, qualcosa di sopravvissuto. E, poi, ci sono degli angoli nascosti, come alcuni giardini dietro le mura, in piccole vie tranquille, che sembrano orientali, con palme, bambù. Una cosa insolita, veramente strana. Ecco, ho cercato di dare qualche notizia di questi luoghi appartati. Molto a volo d’uccello, senza approfondire niente».

– Monti ha mantenuto un aspetto popolare che altri quartieri hanno perduto…

«Si sta difendendo di più, speriamo che continui. Questo piccolo documentario è una spinta a non farlo modificare. Capita che altri rioni vengano stravolti, arrivano turisti ad affittare case, e allora cambiano la natura del quartiere, il quale si dovrebbe proprio salvaguardare».

– Forse, Monti ha ancora le sue caratteristiche proprio grazie alla sua fisionomia.

«Si chiama Monti perchè è fatto di salite e discese, di impennate continue, anche faticose, a volte. E’ impervio, e poi non ospita beni storici notevoli, ma minori, di secondo piano».

– Hai girato per Festival, visto film interessanti da segnalare, ultimamente?

«Ma veramente non sono stato per festival. Sì, in Calabria un paio di volte, però ho visto tutte cose che già erano passate prima al cinema. Qualcosa di interessante c’è, come il film di Bentivoglio (‘Lascia perdere, Jonhhy’, ndr.): si capisce che è un autore con qualcosa da dire. Racconta la storia di un’iniziazione: a imparare la musica, entrare in un’orchestra, uscire dalla provincia, andare un po’ fuori. E poi vabbeh, naturalmente Paolo Sorrentino, Marco Bechis. Insomma, ce ne sono».

– 20 titoli italiani presenti alla Mostra. Che ne dici?

«Sono contento. Negli ultimi 2-3 anni c’è un risveglio del nostro cinema, mi sembra di aver capito. E’ stato un po’ così, sottocoperta per una ventina d’anni, e mi pare che adesso venga fuori. Da Cannes, naturalmente, ma anche un po’ prima, si erano visti dei movimenti. Adesso, c’è un sacco di gente nuova, ragazzi che sono bravi e raccontano l’Italia, ma quella autentica, non soltanto così, per passare il tempo. Di realtà qualche volta divertenti, qualche volta un po’ dure».

– Cosa vedrai a Venezia?

«Dipende dal tempo in cui ci starò».

Federico Raponi

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