Gian Luca Farinelli (‘LUMIERE! LA SCOPERTA DEL CINEMA’)

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intervista a Gian Luca Farinelli della Cineteca di Bologna, sull’uscita del doc ‘LUMIERE! LA SCOPERTA DEL CINEMA’ di Thierry Frémaux (F, 2016)

L’Opinione, martedì 11 ottobre 2016

http://www.opinione.it/media/1362920/111016.pdf (pg.7)

http://www.opinione.it/cultura/2016/10/11/raponi_cultura-11-10.aspx

Un mondo che torna alla luce, sullo schermo dopo oltre un secolo.

Uscito in questi giorni in 70 sale italiane e in DVD, il film ‘Lumière! – la scoperta del cinema’ di Thierry Frémaux raccoglie una selezione dei lavori di Auguste e Louis Lumière, i fratelli che nel 1895 crearono la Settima Arte.

Musica di Camille Saint-Saëns (loro contemporaneo), suddivisione in undici capitoli, di questo lavoro il laboratorio ‘L’Immagine Ritrovata’ ha curato il restauro digitale in 4K, e la voce narrante è stata doppiata da Valerio Mastandrea, nell’ambito del progetto ‘Il Cinema Ritrovato – classici restaurati in prima visione’.

Ce lo illustra Gian Luca Farinelli, direttore di una delle strutture coinvolte, la Cineteca di Bologna, città che tra l’altro – fino a gennaio 2017 – ospita la mostra ‘Lumière! – l’invenzione del cinematografo’.

– Com’è composto il mosaico di quest’opera?
«È veramente una scoperta, mette insieme 114 dei film dei fratelli lionesi e ci mostra che non erano solo inventori, ma furono anche degli straordinari autori, artisti che poi per dieci anni produssero 1422 lavori. L’aspetto fantastico è che per molto tempo si è pensato che quelle immagini fossero abbastanza casuali, che i Lumière piazzassero la macchina da presa e semplicemente riprendessero. Oggi, invece, ci accorgiamo che loro mettevano in scena la realtà, e quindi è possibile vedere – in questo film – dei cortometraggi che per la prima volta raccontano il mondo».

– Dove hanno catturato le loro immagini?
«I due fratelli e i loro operatori sono andati in ventiquattro Paesi, in tutti i Continenti, e quindi per la prima volta danno un’immagine del mondo che tutti possono vedere. Perciò il cinema non rappresenta un’invenzione per i ricchi, i capi di governo, gli artisti; no, è popolare e immediatamente ha un successo internazionale».

– Qual è la durata delle cosiddette “vedute” dei fratelli Lumière?
«Sempre la stessa, tra i 40 e i 50 secondi. È buffo, perché noi oggi spesso abbiamo un problema di memoria coi nostri “smartphone”, cioè non ci possiamo permettere riprese troppo lunghe, e i Lumière facevano bobine da diciotto metri di pellicola che – a sedici fotogrammi al secondo – imponevano tutte quella durata ai film. E visto che siamo immersi nelle immagini in movimento, forse facciamo fatica a immaginare un’epoca nella quale non c’era la possibilità di riprendere in continuità la realtà. Loro non hanno mai montato le loro immagini, quindi si tratta sempre di un unico filmato, spesso in movimento, perché tra le tante invenzioni dei fratelli c’è la carrellata: nella storia del cinema la prima fu a Venezia, sul Canal Grande».

– Nella memoria collettiva, alle origini del cinema c’è la ripresa dell’arrivo del treno nella stazione di La Ciotat. Qual’è però ufficialmente il filmato che ne segna la nascita?
«Di nessuna arte possiamo dire quale sia stata la prima opera, che sia un brano musicale, una pittura, un romanzo, una scultura. Ecco, l’elemento straordinario è che del cinema si può: il primo film è ‘la sortie de l’usine Lumière à Lyon’, l’uscita di operai dalla loro fabbrica. Quindi, il cinema comincia subito raccontando non le avventure dei potenti, e neanche mettendo in scena i due artisti, ma riprendendo degli operai, uomini e donne che escono per la pausa del mezzogiorno: il cinema è un’arte che da subito usa la parola “noi”. Forse per questo il film è così commovente, in quanto ci accorgiamo che i Lumière non solo hanno inventato praticamente la tecnologia del cinema, ma proprio il DNA di un’arte popolare che ancora oggi possiamo amare».

– A questo proposito: una parte importante della magia del film si deve anche a quel ritorno ad un passato messo in scena?
«È davvero un viaggio nel tempo che ci riporta alla fine dell’Ottocento; sono quindi delle immagini molto antiche, di un’altra epoca, in cui si vede tutto il mondo, anche l’Italia, Roma, e dove credo possiamo capire tante cose sull’inizio di questa civiltà delle immagini nella quale viviamo».

– E l’idea della narrazione fuori campo affidata ad un attore, Valerio Mastandrea?
«Il film ha anche un bellissimo testo scritto dal regista Thierry Frémaux, che è il direttore dell’Istituto Lumière di Lione (il cui presidente è il cineasta Bertrand Tavernier, ndr) e anche direttore del Festival di Cannes. Noi siamo sempre per le versioni originali sottotitolate, ma questa volta – siccome per chi non conosce il francese sarebbe stato inevitabile leggere i sottotitoli e perdersi le immagini – abbiamo chiesto a Mastandrea questo contributo, e quindi la versione italiana è anche supportata dalla sua bellissima voce».

– In Rete, dove bisogna cercare ulteriori informazioni sul film?
«Sul sito ilcinemaritrovato.it è possibile trovare molti approfondimenti, e c’è anche un “contest”, perché lanciamo l’idea che anche oggi si possano fare “vedute Lumière”, che naturalmente devono essere rigorosamente di un massimo di 50 secondi e raccontare una storia».

Federico Raponi

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