Edoardo De Angelis (‘INDIVISIBILI’)

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intervista ad Edoardo De Angelis, regista del film ‘INDIVISIBILI’ (I, 2016)
 
L’Opinione, sabato 1 ottobre 2016
 
Una coppia di gemelle siamesi, a simboleggiare un processo di sviluppo. Sono loro le protagoniste di ‘Indivisibili’, uno dei titoli che erano stati candidati a rappresentare l’Italia agli Oscar nella categoria del miglior film straniero, uscito nelle sale giovedì scorso. Ne parliamo con il regista, Edoardo De Angelis, già autore di ‘Mozzarella Stories’ e ‘Perez’.
 
– Come riassumerebbe la trama?
«Le due ragazze, cantanti, danno da vivere a tutta la famiglia, la quale si muove come una sorta di piccola industria equilibrata dove ognuno ha il suo ruolo. Questo equilibrio, però, si rompe quando a diciotto anni le gemelle scoprono di potersi dividere».
 
– Cosa c’è all’origine del progetto?
«Volevo realizzare un racconto di formazione, in particolare descrivere come la crescita passi attraverso la separazione, la quale comporta dolore. E non solo la prima separazione che conosciamo, tra genitori e figli, ma anche quella tra fratelli, amici, innamorati. Soprattutto, il mio motivo personale era indagare la difficolta che comporta il distacco da una parte di sè stessi. Le gemelle siamesi rappresentavano la sintesi visiva per poter narrare questo sentimento: Agnese e Viola, le protagoniste, per poter crescere devono letteralmente tagliarsi».
 
– In fase di scrittura, con gli sceneggiatori Nicola Guaglianone e Barbara Petronio che direzione avete preso?
«La costruzione del racconto volevo che fosse il più semplice possibile e si concentrasse molto sulla trasformazione delle ragazze. Durante le riprese, e poi al montaggio, questa scelta è stata sempre più radicale, infatti tante scene – che riguardavano gli splendidi personaggi secondari – sono state tagliate, in quanto ho preferito stare sempre su loro due, le loro paure e i loro desideri. Anche perché non rappresentavano un unico ruolo, ogni volta che ho fatto un primo piano era sempre a due, un campo sulle gemelle era sempre, contemporaneamente, un controcampo. Erano come le forze antagoniste all’interno di un personaggio solo, paura e desiderio l’uno contro l’altro, una volta vince l’uno, una volta l’altro».
 
– Come nasce la figura del prete, che come gli altri cerca di approfittarsi del successo delle gemelle?
«È ricalcata su una serie di individui che ho incontrato proprio lì a Castel Volturno, dove abbiamo girato. Soltanto in quel comune ci sono settanta chiese pentecostali, nelle villette della domiziana ci sono personaggi locali che fanno proseliti tra i nigeriani, li battezzano nelle piscine. Questi immigrati, in fuga dalla fame e dalla guerra, sono afflitti dal vizio grave della speranza, e nell’anima sono così assetati da risultare terreno fertile per soggetti che invece hanno intenzione di sfruttarla, la loro condizione. Il prete individua nelle gemelle, dotate del bel canto, una sorta di icona sacra da dare in pasto ad affamati di speranza, e vuole costruire la sua chiesa nuova proprio sul grosso equivoco, sulla menzogna di finte religioni e finti miracoli. Ma tutto questo non è sufficiente per seppellire definitivamente la purezza, il desiderio e la forza delle ragazze».
 
– Il film tocca anche l’universo del cosiddetto “neomelodico”, fenomeno squisitamente partenopeo, commisto anche alla criminalità, estremamente diffuso. Cosa ne pensa di quella realtà?
«L’aspetto veramente bello, che mi ha sempre affascinato del mondo della musica napoletana – definirlo “neomelodico” è riduttivo, in quanto abbraccia molti generi – è che tradisce una dimensione autarchica del Sud Italia, in particolare di Napoli: noi produciamo e consumiamo i nostri divi, che vengono idolatrati alla stregua di quelli internazionali. La trovo un’altra delle splendide espressioni di libertà di una civiltà che è sempre stata, e sempre resterà, profondamente anarchica. Questo l’ho raccontato con il mio sguardo di innamorato. Il padre delle gemelle, poeta popolare che cerca di emergere perché anche lui ha le sue passioni, fissazioni, che vengono da Oltreoceano, si esprime in modo da poter essere compreso nella propria terra, perché una caratteristica comune a molti di questi artisti è il desiderio perenne di fare il salto verso la lingua italiana, andare verso platee più ampie. È qualcosa che non auguro a nessuno: sono belli così, quando si esprimono in napoletano, in quanto veri interpreti di una sensibilità popolare che altrimenti non troverebbe nessun’altra voce».
 
– L’ambientazione a Castel Volturno e i personaggi intorno alle due protagoniste sono accomunati dal degrado: la bruttura estetica e quella etica vanno insieme?
«Sì, l’ambiente è specchio della storia e dei personaggi, rappresenta una bellezza che è stata violentata, il territorio porta su di sé le cicatrici di questa violenza, la stessa che gli individui perpetrano su sè stessi. Quindi, al decadimento ambientale corrisponde quello morale. All’interno di questo contesto, che però non è completamente privo d’amore, né di un forte desiderio di ricostruzione, si staglia, come una lama di luce, la purezza delle due ragazze, che – per crescere – dovranno abbandonare l’innocenza».
 
Federico Raponi

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