PAOLO ROSSI – Molière: la recita di Versailles

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intervista a PAOLO ROSSI sul suo spettacolo ‘Molière: la recita di Versailles’
L’Opinione, sabato 04 Febbraio 2017
Undici artisti sul palco, tra attori e musicanti (‘I Virtuosi del Carso’): la compagnia del capocomico Paolo Rossi porta a Roma ‘Molière: la recita di Versailles’, al Teatro Vittoria fino al 12 febbraio. A partire da ‘l’improvvisazione di Versailles’ (1663), e passando per ‘il misantropo’, ‘il Tartufo’ e ‘il malato immaginario’, è tutto un rivivere le atmosfere dell’autore/attore Molière, in stretto rapporto con la Commedia dell’Arte. A Paolo Rossi chiediamo di parlarcene.
– All’origine c’è un canovaccio del drammaturgo Stefano Massini, e poi un testo scritto da lei con Giampiero Solari, che firma anche la regìa.
«Ci sono state due fasi, questa di Roma è la “zerodue”, dove chiaramente ci sono il contributo e gli stimoli sia di Giampiero che di Stefano, ma poi il lavoro è stato fatto nel corso delle repliche, in cui io continuo a provare e dove abbiamo definito il testo recitando “col” e non “al” pubblico: era però nei nostri programmi, nel nostro metodo, questo spettacolo è quasi un manifesto. Tutto nasce nelle prime rappresentazioni provando, correggendo, ridefinendo di sera in sera. Non è un allestimento classico dove uno scrive a casa, poi un altro fa la regìa e va per i fatti suoi, come succede solitamente. Qui, invece, c’è una prima fase in cui hai dei confronti, ma dopo è tutto in trincea, molto un “teatro del fare”».
– La sua fascinazione per Molière?
«Uno dei fatti più importanti a teatro è rubare, che è cosa buona, mentre copiare è da coglioni. Rubare vuol dire mettere in gioco una serie di altri elementi per cui ne nasce uno nuovo, e Molière rubò molto a “les italiens”, alla compagnia di Tiberio Fiorilli, ai commedianti dell’arte: noi ci riprendiamo quello che ci ha preso, tutto qui. Poi c’è tutta la storia della compagnia, del rapporto con il Potere, la famiglia allargata, che rappresentano molte similitudini con il nostro lavoro e le nostre vite».
 
– Proprio riguardo al rapporto col Potere: nella vostra messinscena permangono le tradizionali “stoccate”?
«Quello che si crea è un mondo sospeso, dove possiamo dormire dal Seicento a domani mattina, perché in fondo la Storia, i meccanismi, si ripetono. Non si possono fare i lazzi del Molière che abbiamo portato in scena dieci anni fa, dove c’erano delle sferzate, delle battute, e anche degli altri prepotenti, perché non puoi fare – mi sembra impossibile oggi – la parodia della parodia. Il mondo del Potere è già una parodia di per sé, quindi sarebbe difficile imitare un imitatore; del resto siamo nella società dello spettacolo, e quindi loro recitano meglio di noi: dobbiamo trovare altre vie».
– Alla base del teatro c’è già una differenza tra le repliche da una sera all’altra, ma qual’è l’importanza dell’improvvisazione?
«La nostra è molto jazzistica: c’è un testo, per cui ne puoi uscire, ma poi devi rientrare alla tal battuta. E poi, diciamola tutta: c’è anche una gerarchia d’esperienze, pure se porti in giro discorsi di democrazia il teatro non è un luogo estremamente democratico; è come una nave, quindi c’è il capitano, il nostromo, e via via a scendere. Perciò, fintanto che il capitano ha autorevolezza, non c’è ammutinamento, che invece è possibile e auspicabile nel caso in cui lui sia fuori di testa. Chiaramente, io improvviso un po’ di più, però devo raccontarti un aneddoto: il mio figlio più piccolo è venuto a vedere lo spettacolo in tournée per 4-5 giorni, e dopo l’ultima replica m’ha guardato: “papà, tu dici che improvvisi sempre, ma è sempre uguale”. Questo succede perché in realtà ci sono dei trucchi, per cui quello che pare improvvisato in realtà è fissatissimo, e viceversa».
– Tanti gli artisti a condividere il palcoscenico con lei: com’è il lavoro di gruppo?
«L’ho sempre fatto. Anche se non siamo mai stati così numerosi, ho sempre dietro una compagnia, nell’altro Molière eravamo 7-8. Poi, ogni tanto, faccio i monologhi per finanziare gli spettacoli con più attori. Stavolta abbiamo il sostegno dello Stabile di Bolzano, un po’ come accadeva tra il Re Sole e Molière (ecco un altro parallelo calzante), e allora in questo caso, più che fare una scenografia maestosa, è giusto lavorare il più possibile.
– Le canzoni originali sono di Gianmaria Testa, apprezzato cantautore scomparso di recente.
«Non è un ricordo, con lui abbiamo collaborato in alcuni eventi, e sullo spettacolo “Arlecchino”. Prima di andarsene, ci ha regalato delle canzoni inerenti al tema del saltimbanco, del commediante, e le sue musiche sono suonate dal vivo dai Virtuosi del Carso, il gruppo che m’accompagna a teatro da un po’».
– Tornando ai “furti” di Molière: quali sono i tratti della Commedia dell’Arte che lei considera sempre vivi?
«È un genere che non morirà mai, perché molto legato alla nostra cultura, ai nostri caratteri. Noi privilegiamo la comicità di situazione, piuttosto che quella di battuta, freddura, nonsense, più anglosassone. Ce ne sono tanti di punti in comune, perché – se vuoi – passati centinaia d’anni, è arrivata la “commedia all’italiana”: anch’essa si basa su una situazione, caratteri ben definiti e tanta energia».
Federico Raponi

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