Piero Cannizzaro (‘TRADINNOVAZIONE: UNA MUSICA GLOCAL’)

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intervista a Piero Cannizzaro, regista del doc ‘TRADINNOVAZIONE: UNA MUSICA GLOCAL’ (I, 2011)

Terra, martedì 2 agosto 2011, pg.13

In viaggio melodico tra Puglia, Sardegna e Piemonte.

«La domanda che mi ha guidato – racconta Piero Cannizzaro, regista del documentario ‘tradinnovazione: una musica glocal’, realizzato per RAI Educational – è: se l’antropologo Ernesto De Martino andasse lì adesso, cosa troverebbe? Non più la cantante nei campi, ma ragazzi che magari suonano le launeddas o la zampogna amplificate, il tamburello passato attraverso il “dub”».

– Perché queste tre regioni?

«Mi sembravano una sorta di unità d’Italia, con Nord, Centro e Sud, e hanno una forte matrice di musica etnica. Con un formato documentario da un’ora, ho pensato che tre potessero bastare, tra l’altro in Puglia e Sardegna ho ripercorso un po’ un mio vecchio viaggio, aggiornandolo. Comunque, mi hanno proposto di continuarlo, e probabilmente lo farò».

– Uno degli elementi ricorrenti dei suoi lavori è il localismo.

«Leggo la realtà attraverso storie minimali, mi piace la dimensione “glocal”. Non come un qualcosa che si chiude, ma da riscoprire e valorizzare, per confrontarsi con altre realtà. Ci sono molte persone, soprattutto giovani, che vogliono riappropriarsi della loro cultura, studiarla, modificarla e portarla avanti».

– Chi suona la “tradinnovazione”?

«Quei gruppi che vivono in modo simbiotico col proprio territorio, e arrangiano la musica tradizionale popolare rispettandone gli stilemi e i tempi. Molti usano tecnologia, strumenti e melodie nuovi, ad esempio cantando il “rap” in dialetto. Sono attenti ai cambiamenti della società, i loro concerti sono affollati, sono realtà molto seguite. Viaggiano, anche all’estero, dietro questo fenomeno c’è un movimento internazionale».

– Che direzione hanno preso?

«Il mio film voleva fotografare il dibattito attuale tra i musicisti. Prima, a volte molto feroce – io lo avevo già sperimentato nei miei vecchi lavori, soprattutto nel Salento – era: “ti allontani dalla tradizione perché suoni il tamburello diversamente, o usi la voce in maniera alterata”, ora invece è su chi ha iniziato prima a contaminarsi e a rielaborare senza stravolgere. Questo, per me, è l’aspetto più interessante, perché una musica la tieni viva se la reinterpreti. Non esiste una musica, una cultura, un cibo puri, tutto viene contaminato, l’importante è saperlo fare con un’etica, un criterio, un dosaggio».

Federico Raponi

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