Emiliano Dante (‘INTO THE BLUE’)

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intervista ad Emiliano Dante, regista del doc ‘INTO THE BLUE’ (I, 2009)

Terra, sabato 6 marzo 2010, pg.9

Sette mesi in tenda e quattro in albergo.

Un anno fa, il saggista, insegnante, autore e regista di teatro e cinema Emiliano Dante è stato una delle vittime del terremoto de L’Aquila, e ne ha raccontato il dopo nel suo ‘Into the blue’.

Il documentario, realizzato nella tendopoli di Collemaggio, dopo la presentazione al Torino film festival sta girando l’Italia.

«Il sisma – fa notare Dante – è stato in qualche modo uno strumento politico. Da una parte venivamo usati come materiale elettorale, mentre dall’atra a volte è servito come dimostrazione della fanfaronaggine governativa. Io invece ho cercato di concentrarmi sull’aspetto esistenziale, più universale. Il mio lavoro voleva essere espressione diretta di una condizione. Abbiamo messo in scena noi stessi perché il problema era ricreare un’identità. Una delle cose che il terremoto mette in crisi è proprio l’idea del sé: perdere la casa, i cari è un po’ perdere un pezzo di sé stessi. Il film è il tentativo di andare oltre la fase della tragedia, che poi consiste nell’andare avanti».

‘Into the blue’ ha delle componenti narrative e una parte basata su interviste.

«Questi due aspetti – prosegue il regista – si intersecano continuamente. L’idea fondamentale era esprimere uno stato particolarmente strano in quanto molto transitorio, caratteristica che lo rendeva ancor più simbolico».

Inevitabile, comunque, parlare anche delle inchieste che riguardano la ricostruzione. Avevate avuto sentore di quanto stava avvenendo alle vostre spalle?

«Io – risponde Dante – ne avevo non il sentore, ma la certezza. La situazione, per come si stava mettendo, era evidente che non fosse limpida. Resto contrario al “piano case” a partire da come è stato concepito, perché da una parte compromette la ricostruzione e dall’altra la vita reale. Adesso L’Aquila ha 19 nuovi insediamenti. Sono più o meno disposti ad anello (lontanissimo dal centro, dove non si può entrare) e separati tra loro, come isole. Credo sia una follia, a questo punto sarebbe stata senza dubbio meglio la “new town” che almeno, a monte, avrebbe rappresentato un problema comune che imponeva di riaffrontare tutto quanto, tutti insieme. Questa deflagrazione del tessuto sociale – afferma in chiusura Emiliano Dante – è quanto di peggio si possa immaginare, e oltretutto ci sono di mezzo le speculazioni. Uno dei motivi per cui questi insediamenti sono stati costruiti così lontani è che certi terreni non sono stati toccati. All’inizio si diceva per motivi idrogeologici, ma poi alcuni di essi sono stati riclassificati, per cui ora – guarda caso – sono di nuovo edificabili».

Federico Raponi

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