RENATO SARTI (la censura teatrale milanese)

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intervista all’autore/attore RENATO SARTI, sulla censura teatrale milanese

Liberazione, domenica 25 luglio 2010, pg.9

Brutta aria, a Milano. L’assessorato alla cultura della Provincia ha posto problemi per alcuni spettacoli, ritenuti «poco istruttivi», in programma nella prossima stagione di ‘invito a teatro’.

Tra questi, ‘orgia’ di Pier Paolo Pasolini, ‘Chicago boys’ e ‘trilogia del benessere’ di Renato Sarti, direttore del Teatro della Cooperativa.

Di questi ultimi, difficili eventi, che coinvolgono la cultura e le arti nel Nord Italia, parliamo proprio con Sarti.

– Una notiza inaspettata?

«Normale, in questo Paese. Ad esempio, andando ad Alghero per uno spettacolo, ho trovato una lapide di marmo, realizzata due anni fa, con su scritto che i repubblichini lottarono per la giustizia e la libertà».

– Com’è andata?

«Alcuni teatri milanesi sono stati convocati negli uffici della Provincia, in merito all’abbonamento ‘invito a teatro’, meritorio progetto pensato 30 anni fa per dare la possibilità ai ceti meno abbienti di fruire del teatro, più o meno alla stessa cifra di un film, e che raccoglie molti spettacoli dei teatri di produzione milanese, ad oggi 17 strutture che vanno dal Piccolo all’Elfo, al Pierlombardo, a noi. Tre titoli in programma non sono – riporto parole che mi sono state dette, non scritte – «in sintonia, condivisi, o non corrispondono a messaggi che vogliono essere positivi per i giovani». Il più importante è ‘orgia’ di Pier Paolo Pasolini, e questo mi sembra grave. Gli altri due son testi miei: ‘trilogia del benessere’, tre atti unici dei quali il più “scandaloso” fu messo in scena nel ’91 – ironizza Sarti – da un registucolo da niente: Giorgio Strehler. L’altro, ‘Chicago boys’, l’abbiamo rappresentato l’anno scorso con la produzione della Regione Lombardia. Il terzo è ‘quale droga fa per me’, con la regia di Andreè Ruth Shammah».

– Si tratta di un precedente?

«Sulla scelta artistica dei titoli da inserire non c’è mai stata, in tanti anni, nessun tipo di discussione, censura, preclusione. Di documenti ufficiali non c’è nulla, e – in un comunicato – l’assessore alla cultura sostiene di non voler censurare. Però noi siamo stati convocati, e quindi naturalmente l’abbiamo reso noto alla stampa e agli addetti ai lavori. Sarebbe un fatto gravissimo, facendo l’esempio di Pasolini torneremmo ai tempi de ‘a ricotta’, in cui la Democrazia Cristiana aveva, perlomeno, il coraggio di vietare alcuni film o spettacoli. Come anche nel dopoguerra, quando il Neorealismo era stato bandito, in quanto cosiderato come un qualcosa da non far vedere. Purtoppo, tutti i sintomi per un clima di quel tipo ci sono».

– E voi?

«Alcuni giorni fa siamo riusciti a riunire la gran parte delle strutture facenti parte di ‘invito a teatro’, e – dopo una bella riunione viva, accesa, dibattuta – abbiamo stilato un comunicato comune, molto pacato, ma anche molto fermo, in cui diciamo di aspettare una risposta da parte dell’assessore, chiediamo un incontro con lui ribadendo che la libertà sulle scelte artistiche è indiscutibile: un teatro propone i titoli che gli piacciono, che vuole e che crede opportuni. Poi, sarà il pubblico a scegliere».

– Avete pensato anche ad iniziative pubbliche?

«Non ancora, nel senso che, comunque, abbiamo ricevuto l’affetto, la solidarietà, la disponibilità ad una manifestazione molto forte, nel caso verificassimo l’eventualità di questo tipo di indicazioni, “suggerimenti”, a togliere alcuni titoli. Credo, come per fortuna già è successo, in un’alzata di scudi da parte degli intellettuali. Spero non ce ne sia bisogno, per un motivo molto semplice: i funzionari rispondono a regole, come nel caso di ‘invito a teatro’, sempre stabilite. Certo, questo è un piccolo tentativo, e all’orizzonte il clima non è più sereno».

– Un segnale a livello nazionale?

«Milano è una città che, in qualche maniera, ha sempre contraddistinto quelli che sono i nuovi sviluppi di questo Paese, quindi, se qui si determina uno scontro di questo tipo, sappiamo benissimo di aver bisogno di una solidarietà estesa».

– E la stagione del Teatro Della Cooperativa, invece, cosa prevede?

«Ogni anno la dedichiamo a un tema, una personalità, un’associazione, e la prossima lo è alla figura di Teresa Sarti, la moglie di Gino Strada scomparsa un anno fa. Non solo a lei e ad Emergency, ma – più in generale – alle donne. Nel decennale del nostro teatro – che nasce nella periferia, e ha ottenuto un importante risultato anche a livello nazionale – ci sembrava importante. Gran parte della programmazione sarà, quindi, caratterizzata da una presenza al femminile. La violenza sulle donne, la più odiosa delle forme di razzismo, è ancora quella. Quindi, è ora di svegliarsi e tirar su la testa. Noi lo facciamo nel nostro piccolo, insieme a Cecilia Strada e gli amici di Emergency, Lella Costa, Ottavia Piccolo, Arianna Scommegna, con il grande onore di ospitare – gli unici, in occasione dei suoi 90 anni – Franca Valeri».

Federico Raponi

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