Marco Turco (‘C’ERA UNA VOLTA LA CITTA’ DEI MATTI’)

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intervista a Marco Turco, regista del film-TV ‘C’ERA UNA VOLTA LA CITTA’ DEI MATTI’ (I, 2010)

Liberazione, sabato 6 febbraio 2010, pg.12

Una battaglia di civiltà, universalmente acquisita. Tant’è che – trent’anni dopo la Legge 180 che restituì lo status di esseri umani ai portatori di disagio mentale, impose la chiusura dei manicomi (luoghi di contenzione, terapie farmacologiche invasive ed elettroshock) e regolamentò il trattamento sanitario obbligatorio – la rete ammiraglia della televisione di Stato ha prodotto (Claudia Mori per RAI Fiction) e manderà in onda in prima serata la miniserie in due puntante ‘c’era una volta la città dei matti’ diretta da Marco Turco, con Fabrizio Gifuni nel ruolo dello psichiatra Franco Basaglia. Ne parliamo con l’autore che, oltre a film e documentari destinati al cinema, per il piccolo schermo ha già realizzato ‘Rino Gaetano – ma il cielo è sempre più blu’.

– Un’opera su Basaglia che però non vuole essere una biografia…

«Volevamo raccontare quella vicenda non solo attraverso i suoi occhi, ma anche attraverso quelli di tutti coloro che l’hanno vissuta insieme a lui, che sono gli altri psichiatri, gli infermieri e soprattutto i pazienti. Ovviamente Basaglia è il fulcro, ma la storia è molto corale».

– Un’idea che lei aveva in testa da tempo…

«Per me Basaglia in quegli anni è stato un punto di riferimento, come per tanti. Il suo libro ‘l’istituzione negata’ coinvolse infatti molti aspetti della società, era un urlo contro l’emarginazione in generale, non solo dei “matti” ma anche delle classi meno agiate, dei diversi. Ho approfittato del successo della mia fiction su Rino Gaetano per dire: “adesso ci provo”, mi è andata bene e sono contento che lo abbia prodotto la RAI».

– La scelta del titolo?

«Una delle prime sensazioni che uno ha, quando entra nei manicomi, è quella di vedere un altro mondo, a cominciare da un punto di vista architettonico, in quanto sono concepiti come vere e proprie piccole città autosufficienti. In qualche modo ricordano anche i lager, la disposizione dei padiglioni lungo un viale richiama le baracche dei campi di concentramento, tant’è che Basaglia la prima volta che arrivò in quello di Gorizia paragonò ciò che vide a ‘se questo è un uomo’ di Levi. Il nostro racconto ha anche un andamento un po’ favolistico, perchè percorre 20 anni di storia in cui le persone crescono, cambiano, maturano, e inoltre riteniamo che quest’esperienza sia una delle pagine più belle della storia d’Italia, la quale ha portato ad una legge importante, positiva, arrivata alla fine di un lungo percorso. In questo film vogliamo soprattutto raccontare da dove siamo partiti, cioè quello che si trovò di fronte Basaglia».

– Come avete ricostruito la sua figura e quella delle persone che lo circondarono?

«La prima cosa che ho voluto è stata parlare con la figlia Alberta, perchè in qualche modo mi autorizzasse ad andare avanti nel progetto. Dopo, il contatto è stato con Peppe Dell’Acqua, diventato il nostro consulente. A lui devo tutto, è stato la mia guida in questa operazione lunga e complessa. Era uno degli assistenti di Basaglia, ha vissuto fianco a fianco con lui negli anni triestini. Da Peppe sono partiti molti percorsi, m’ha fatto incontrare tanti degli psichiatri di Gorizia e Trieste che hanno lavorato con Franco. Lo stesso vale per gli infermieri, ci sono figure storiche come Mariuccia Giacomini la quale ci ha ispirato il personaggio interpretato da Michela Cescon, lavoratrice che si emancipa anche come donna. Ho ascoltato tanti racconti, compresi quelli dei pazienti che si ricordavano benissimo di Basaglia, alcuni proprio come un Gesù, un salvatore della loro vita, perchè in effetti lo fu. Da tutto questo abbiamo cercato di tirar fuori lui».

– I contributi sono stati vari, con momenti intensi…

«Abbiamo avuto la collaborazione di tante comunità terapeutiche, cooperative teatrali e associazioni di persone che hanno a che fare col disagio mentale e abbiamo coinvolto spesso anche per piccoli ruoli. Si è formata un’enorme famiglia che portava con sé una carica di realtà molto forte».

– Che ne è oggi dell’esperienza basagliana e della 180?

«Noi raccontiamo vicende umane che portarono alla legge, ciò che abbiamo tenuto a sottolineare è che di questa si può dire tutto quello che si vuole, si può ridiscutere e criticare da tutti i punti di vista, però un elemento è imprescindibile: ha restituito un diritto civile che i “matti”, quando venivano rinchiusi in manicomio, perdevano. Ha ristabilito un principio costituzionale rimettendo queste persone alla pari dignità di tutti gli altri esseri umani, e questo è fondamentale, il punto da cui partire, un momento importante per il nostro Paese».

Federico Raponi

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