‘KINSEY’

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recensione del film ‘KINSEY’ di Bill Condon (USA/D, 2004)

RomaStyle, marzo 2005

Il 5 Gennaio 1948 negli U.S.A. la pubblicazione di ‘sexual behavior in the human male’ diviene un caso.

La prima edizione va presto esaurita e in pochi mesi vende oltre 200mila copie, sbalorditivo per un testo accademico.

Un impatto sociale paragonato dai media a quello di una bomba atomica. Tradotto in 8 lingue, fa’ conoscere al mondo il professor Alfred Kinsey, da questo momento soprannominato “il Freud americano”.

Una poderosa e lodata ricerca (grazie ai finanziamenti della fondazione Rockfeller ed alla squadra messa insieme) basata su 18mila0 interviste da 350 domande l’una concepite come “prismi” rivelatori dei passati personali, che toccano più di 200 tipi di comportamento sessuale.

Ne emergono una profonda ignoranza diffusa e dati sociologici rilevanti su rapporti prematrimoniali, relazioni extraconiugali, masturbazione, omosessualità.

Cinque anni più tardi va in stampa la versione al femminile, ma trattandosi di un tabù stavolta inviolabile e in isterico clima maccartista, si tira addosso pesanti accuse – dalle ricerche illegali sulla sessualità dei bambini fino al complotto comunista per indebolire i valori nordamericani – che decretano la perdita di tutte le sovvenzioni, comprese quelle fondamentali universitarie, e la fine di una carriera.

Dopo ‘demoni e Dei’ (obliquo, raffinato, personale), Bill Condon torna alla biografia di una celebrità, analizzando con metodo consueto, ferrato e complessivo la parabola di un esploratore.

Il bigottismo paterno, poi i brillanti studi di biologia che lo rendono il maggior esperto mondiale della vespa delle galle ed insegnante.

Le pressioni degli studenti per un corso di educazione sessuale e le difficoltà iniziali incontrate nell’intimità con la sua compagna lo portano a questo nuovo interesse; sensibilità e pratica gli permettono di affinare le tecniche d’indagine, facilitando l’interlocutore a mettere a nudo i propri segreti; assieme ai collaboratori instaura una microcomunità aperta e disinibita, dove lo scambio di coppie porterà tensioni all’affacciarsi della variabile “amore”, sfuggente ad una riduzione scientifica.

Al di là del valore del resto, il lascito radicale è il concetto dell’unicità, mutuato dai suoi insetti preferiti: possono esserci pratiche simili, comuni o rare, ma valutarle secondo la categoria “normale” non ha molto senso.

Federico Raponi

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